Elegie dall'inizio del mondo: uomini e alberi






La sinossi recita «i miti e le tradizioni della Lucania», ed è proprio questo che porta alla luce Elegie dall'inizio del mondo: uomini e alberi (Italia, 2013, 38'), film di Francesco Dongiovanni che, con un uso molto delicato del found footage, riprende i filmati che Domenico Notarangelo fece negli anni che vanno dal 1969 al 1972 durante i festeggiamenti per la pentecoste: Dongiovanni non solo recupera dall'archivio questi filmati, ma vivifica lo stesso recupero. L'abbiamo già visto con altri grandi lavori, quali, per citarne gli esempi più forti, Prigionieri della guerra (Italia, 1996, 62') e No more lonely nights (Italia, 2013, 20'), che, pur nella loro diversità, usano del materiale di un altro autore, alterandolo non tanto per sconvolgerlo, snaturarlo, come potrebbe fare qualcuno che si impossessa di un film imponendo la sua visione: ciò che accomuna questi due film appena citati, così come Elegie dall'inizio del mondo: uomini e alberi, è il fatto di essere partiti da un presupposto fondamentale, ovvero quello relativo alla possibilità di eliminare l'autore nell'opera filmica, nel senso che il film risulta essere qualcosa slegato dall'autore, non per stessa ammissione di quest'ultimo o perché l'abbia voluto, affatto, anzi, l'autore si è espresso e ha espresso se stesso proprio in quanto non abbia scelto tale eliminazione ma abbia abitato il luogo di essa. In un certo senso, dunque, si potrebbe anche obiettare il fatto che si è cercato allora davvero di sconvolgere il film precedente e No more lonely nights sembra essere l'esempio più eclatante, ma film come Elegie dall'inizio del mondo: uomini e alberi ci dimostrano come questo sconvolgimento alla fine sia tale anche quando le operazioni fatte sul film siano poche e questa perturbazione necessaria: capiamo allora che abbiamo accostato sopra due termini, ovvero «sconvolgere» e «snaturare», in modo errato, nel senso che li abbiamo posti in un'eguaglianza che in realtà non sussiste nel discorso di Dongiovanni; capiamo allora che la loro somiglianza implica al suo interno anche una contrapposizione, in quanto somiglianza non significa sostituzione. Certo, Dongiovanni sconvolge, perché opera una specie di ribellione nelle riprese di Notarangelo, ma un simile sconvolgimento è immediatamente una perturbazione, cioè è ciò che in Elegie dall'inizio del mondo: uomini e alberi porta alla proliferazione delle immagini di Notarangelo, le quali così non sono più le immagini della Lucania attuale, la Lucania che già all'epoca sessantottina «non seguiva i tempi» e tuttavia continuava nelle sue tradizioni, ora ormai davvero sfumate se non annullate quasi completamente. Possiamo quindi affermare che non si tratta solo di un discorso legato al ricordo, al recupero del passato, perché un semplice recupero può essere pericoloso e morire subito, anche per il fatto che Diongiovanni sa quanto questo passato, queste tradizioni non torneranno più, ed è proprio attraverso tutto questo che si amplifica la perturbazione, la ribellione di cui sopra: non si vuole museificare la testimonianza di Notarangelo, bensì far sì che chi viva nel presente si possa interessare a ciò che ha visto più di cinquant'anni fa, in modo che il gesto coraggioso del boscaiolo, alla fine di Elegie possa provocare ancora le vertigini, nonostante la conquista del cielo avvenuta in quel periodo. Ecco perché opere che si prefiggono lo scopo di recupero dell'immagine sono tanto importanti per noi, per un cinema che non viaggia nei multisala, perché allora, sì, si potrebbe parlare di snaturare qualcosa, perché non è adatto a certo ambiente, non è adatto a discorsi sulla proliferazione del recupero delle immagini, perché li priverebbero di quell'élan vital che invece immette Dongiovanni in questo film, in un cinema che, grazie a persone come lui, continua ad essere e render vivo. Lontano dall'elaborazione fotografica di Giano (Italia, 2014, 49'), eppure nello stesso solco della sensibilità che lo muove, Elegie dall'inizio del mondo: uomini e alberi va così a configurarsi come un'opera densa, stratificata, che porta in sé una carica affettiva primordiale, e questa primordialità si scopre come allacciata, ancorata e, contemporaneamente, emanata da quel mana che abita il cerro: è nel cerro, piuttosto che nella sua esposizione, che l'opera di Dongiovanni si dà, nel senso che è nell'alterità più intrinseca, quella che fa scivolare l'alberità dal cerro al mana, quindi dalla vita dell'albero all'albero come luogo, come sede di una potenza ancestrale e cosmica, che l'opera del regista pugliese si impone e viene liberata da sé. Tale liberazione non solo emancipa, come abbiamo visto, le immagini di Notarangelo, facendole proliferare, ma, al contempo, le porta in pubblica piazza, ma un simile gesto non può pensarsi al di fuori di un'opera che, appunto, si mostra incessantemente nella sua alterità da se stessa. Come l'albero è sede del mana e, in quanto sede, connesso ancestralmente alle fibre costitutive del cosmo in un sentimento panico di vita, il film di Dongiovanni è sede d'immagini che, altro da sé, fanno di esso un continuo, imperterrito divenire sé come un altro (Ricœur), e sta propriamente in questa divenire altro per divenire sé e viceversa che Elegie dall'inizio del mondo: uomini e alberi trova non solo la propria più intima natura ma anche il modo per emancipare potenzialità che, traslandosi da Notarangelo a Dongiovanni, fanno emergere la realtà e la verità di quei luoghi, che, come mostra de Martino, sono permeati di magia, ed è dunque la magia ciò che, in ultima istanza, costituisce Elegie dall'inizio del mondo: uomini e alberi.

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