Despedida (Farewell)


La lettura della poesia di Mapkaulu Roger Nduku non segna un punto preciso in Despedida (Farewell) di Alexandra Cuesta (USA, 2013, 9'), piuttosto possiamo dire che accompagna tutta la durata del film, lasciando che il ricordo delle parole contribuisca al ritmo del film, così da incalzarlo per poi rifrangersi nel silenzio di altre immagini, altre rispetto al vecchio poeta, così da riempire il silenzio di un senso duplice. Mapkaulu Roger Nduku ci dice che è tempo di andare via e non è solo la vecchiaia a stimolare questo congedo dal mondo, vecchiaia che certo contribuisce al deterioramento che, bene o male, segna qualsiasi corpo, e che spinge l'uomo a comporre un ultimo saluto, ma questo tempo degli addii è stimolato anche da ciò che la videocamera ci mostra lungo il film, queste scene silenziose e che ci mostrano come appunto non è un saluto solo a chi si conosce, al paese e ai suoi abitanti: Cuesta ci mostra molti bambini, alcuni che giocano, altri solitari e quasi tristi, e non è proprio forse questo l'addio più struggente? Certo, il saluto definitivo alle persone che hanno vissuto con noi è il più significativo dal punto di vista strettamente personale, ma  il saluto più pesante è alla nuova generazione, non tanto, forse, perché lo si senta davvero tale, perché in fondo non si è più coinvolti nel mondo ma è di certo l'addio più problematico perché, per usare una brutta parola, è quello che ci incalza a pensare alle nostre responsabilità, a ciò che abbiamo lasciato, al fatto che, come dicono sempre i vecchi, sì, tocca alla generazione giovane, adesso, fare qualcosa, nel mondo, ma ciò che ci viene lasciato è talmente pesante che non ci si può sentire non colpevoli della situazione in cui gli altri, ora, sono costretti a vivere. Si è così tremendamente colpevoli che non è col sorriso che ci si congeda perché, dopo una vita da schifo segue altro schifo, in un ciclo infinito che ci fa perdere la possibilità di dare la colpa veramente a qualcuno di definito e tuttavia non si può fare a meno di incolpare la generazione precedente perché hanno usato quasi tutto il tempo che avevano a disposizione e ora non si può più tornare indietro. Ma non è con un tono di scuse che si congeda il vecchio poeta bensì è con l'aiuto delle immagini che, tramite la regista, compie questo atto nel mondo, perché è con consapevolezza che guarda la nuova generazione che ha appena iniziato la partita, o ha appena iniziato ad andare in bicicletta. La consapevolezza del poeta dunque non diventa mera presa di coscienza, non è un «voto consapevole», un tentativo di cambiare le cose, e non è neanche mera rassegnazione, bensì un atto effrattivo, attuando quindi una frattura in un'esistenza quasi praticamente già consumata che sa che la poesia non basta e cerca così attraverso il cinema di incarnare questa frattura e per farlo ha quindi attuato un incontro, che travalica l'incontro tra Cuesta e Mapkaulu Roger Nduku per farsi prima poesia e cinema e poi semplicemente cinema e vita.


Nessun commento:

Posta un commento