The night and the kid (La nuit et l'enfant)


La nuit et l'enfant (Francia/Qatar, 2015, 60'), la notte e il bambino, ma non viceversa, perché la notte precede il bambino; eppure, c'è un divenire-bambino estratto dall'infanzia*, e questo divenire è precisamente la congiunzione «e», che mescola i termini, li correla e permette al bambino di poter essere nella notte. Ma che significa essere nella notte? Semplicemente, ritrovarsi in quanto divenire-bambino, sicché è una cosa che appartiene tanto al bambino quanto all'uomo che con cui condivide qualcosa che va al di là della fuga, dell'angoscia della preda che sa d'essere braccata, della fragilità dell'esistere: Aness e Lamine, insieme, praticamente un unico individuo perché al di là dell'individualità, il che non implica necessariamente un collettivismo spicciolo quanto, piuttosto, la condivisione di qualcosa di più intimo e privato - principio d'individuazione lo definirebbe Simondon**, notte lo chiama Yon. Del resto, se il cinema, in questo caso quello più specificamente contemplativo, può fare qualcosa, ciò è senza dubbio la costituzione di un'ambiente che sia perfettamente amalgamato alla fotografia, immagine-luogo che permette la spazialità ad Aness e Lamine e, contemporaneamente, accoglie lo sguardo dello spettatore, che si ritrova in essa una volta scontata la propria pena, e cioè quella di possedere un corpo che solo nel buio del cinema può smarrirsi per divenire sguardo. Sguardo: vago, ellittico, più disposto a perdersi nel buio che a frugarvi dentro, perché lo sguardo è tutto ciò che in fondo ci appartiene in quanto diretto verso il mondo e non ritratto nella corporeità più individuale, quella braccata dai terroristi. Così, La nuit et l'enfant, da banale on the road, si trasforma in qualcosa di più rosselliniano, in un film-bal(l)ade***, durante il quale però la bal(l)ade viene catturata da una metamorfosi che cessa di farne un che d'esistenziale per carpire le linee eminentemente cinematografiche del movimento a vuoto: se c'è un'immagine-luogo, allora il luogo nel quale si muovono Aness e Lamine è qualcos'altro rispetto a un contenitore spaziale; piuttosto, il luogo che si fa immagine, e cioè immagine filmica, è strettamente collegato al tempo, è subito luogo temporale, ma questa spazio-temporalità è priva di contorni, di estensioni, di geometrie. Odologico, lo spazio si mischia al tempo, che è quello della notte, e nell'irriducibilità di affetti, passi, rumori, sentimenti e fucili, lo spazio perviene da una spazialità altra rispetto a quella cui siamo abituati, estensiva e geometrica: è, propriamente, lo spazio vissuto di cui parlava Minkowski****, sicché è come se lo spazio emanasse dal corpo di Aness e Lamine, dalla solidarietà fraterna che li lega e da quella paura che li accomuna. La notte, allora, diventa la notte dell'anima, ma senza alcuna accezione negativa: non è l'anima ottenebrata, ma è l'anima che si spande nello spazio, il quale, allora, si amplifica per risonanza interna, a cominciare cioè da un vissuto, che è appunto quello di Aness e Lamine; il fatto che il vissuto sia di Aness e Lamine sfugge la soggettività per divenire, appunto, ciò che più sopra chiamavamo, sulla stregua di Guattari e Deleuze, un divenire-bambino, e al di là dell'importanza filosofica che un simile concetto può avere ciò che conta, qui, è il fatto che l'immagine si sia finalmente fatta tale, che l'immagine sia cioè riuscita a catturarlo, questo divenire-bambino, e a farsi divenire-bambino. Guardandola, assistendo a essa, siamo allora a nostra volta catturati in quel buio, siamo partecipi di un divenire del quale, altrimenti, non saremmo coscienti, al quale parteciperemmo solo in parte. La grandezza di David Yon sta tutta qui, e se noi utilizziamo termini filosofici per delinearla ciò è dovuto al fatto che quelli cinematografici ci sono insufficienti e non che David Yon abbia fatto un film deleuziano e/o guattariano. Tutt'altro. La nuit et l'enfant, infatti, non c'entra niente con la filosofia, è cinema. E cinema contemplativo, per lo più. Ma ora, questo cinema, si spinge al limite, crea letteralmente la notte, e con ciò il nostro sguardo non si protrae più verso lo schermo ma ne è come catturato, è irrimediabilmente invischiato in esso. Allora, la notte cui assistiamo è davvero una notte ancestrale, che ci precede e che orienta il nostro sguardo, ma quest'ultimo sta dopo: proviene dal cinema, non si orienta verso o in esso. È lo sguardo di Aness, che, infine, arriva addirittura a smaterializzarsi in quello sguardo, non appena l'alba sopraggiunge e la notte perde il suo slancio. Mirabile scena, al di là di qualsiasi morte. Certo, allora la guerra avrà inizio, e tutte le future macerie del mondo prenderanno a essere costruite, ma non si tratta di combattere la guerra con un esercito della pace: si tratta, piuttosto, di prevenirla, e cioè, letteralmente, venire prima di essa, e non esserci quando essa ci sarà per incompossibilità fondamentale tra la notte e il giorno, lo sguardo e l'immagine, il cinema e la morte.


* Félix Guattari, Caosmosi.
** Gilbert Simondon, L'individuazione alla luce delle nozioni di forma e d'informazione.
*** Gilles Deleuze, Cinema 2. L'immagine-tempo.
**** Eugène Minkowski, Il tempo vissuto. Fenomenologia e psicopatologia.

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