The dragon is the frame





Sulla morte di Mark Aguhar. Ma non basta, perché una vita non si risolve solo nella sua fine, seppur ne tenga il germe continuamente, è fatta anche di movimento, di rinnovamento, di una materia che è corpo, solo corpo, e di cui esperiamo solo la superficie. Perché in fondo la distinzione superficie/profondo, questo binomio abusato (e poi perché continuiamo a riferirci sempre ai binomi, questa maledetta tradizione...), abusato dai cattolici, abusato dalla nostra società che si finge atea e che distingue ancora le persone superficiali da quelle profonde.... La profondità non si nasconde, emerge e diventa superficie: questo, crediamo, Mark Aguhar intendesse, così come Mary Helena Clark, che con questo The dragon is the frame (USA, 2014, 15'), cerca di rendere omaggio ad una morte, che non è solo quella della persona ma anche della battaglia di una minoranza della minoranza che lotta contro gli stereotipi che la minoranza stessa ha creato. Li ha davvero creati questa minoranza o era solo volontà di farsi riconoscere per non essere calpestata? In fondo non hanno importanza le risposte, o meglio ce l'hanno, ma non ora e non in questo film, perché la Clark vuole appunto fare in modo che queste stesse domande non siano presenti nel film, altrimenti sarebbe fuorviante... Fuorviante da cosa? Semplicemente dal fatto che il suicidio di un artista diventa il suicidio dell'immagine che pone: non è utilizzo del cinema, semplicemente, ognuno ha le proprie lotte e il cinema, certo cinema, e la vita non hanno distinzioni, non c'è binomio che tenga, barriera alcuna. Così la Clark ci mostra pezzi di vita, come un mare che ondeggia lieve o una nebbia fitta, e questo per restituire ad una vita quello che aveva perso, ovvero, non tanto la vita stessa - la Clark non è dio - ma elementi vari, innocui, non personali: che significa? Semplicemente ciò che si è perso è, di nuovo, una vita, e insieme ad essa l'immagine... in fondo è proprio questo ciò che significa rendere omaggio a qualcuno: non mettere insieme i cliché, le abitudini che esso stesso aveva creato per sé, ma la sua capacità di rinnovarsi, di muoversi, certo, questo ognuno a suo modo... È un modo di porre il cinema, quello della Clark, che non si impone, come non ha imposto alcuna sua visione della morte, o della vita, semplicemente cerca di riprendere una lotta che si è data per vinta e la riprende inglobandola e restituendola con una nuova superficie: Aguhar non c'è più, non può tornare, così come la sua lotta non può più essere la stessa ma diventa una lotta a cui è stata data però altra forza: ecco che, per esempio, finire The dragon is the frame con un pezzo di video di Aguhar non significa solo copiare ed incollare, non significa, appunto, riprendere il già ripreso, bensì significa prendere il ripreso e immetterlo in un nuovo flusso che non è più quello dato da Aguhar  perché le scene ai minuti prima e dopo di quel pezzo tagliato dalla Clark non ci sono più. Tutte queste parole ci riportano in fin dei conti solo ad una cosa: l'importanza della vita o di questa vita, che si dà al cinema, come il cinema si dà alla vita...

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