Prospector



È una questione di prospettiva e di ricerca. Gli indiani d'America, gli indiani dell'India. Può un'immagine restituirceli in tutta la loro integrità? dal momento che - s'intende - sempre di un'indianità si tratta, e con ciò si tende a sottolineare una condivisione di qualcosa di più profondo di un sopruso politico-territoriale, sebbene, in effetti, questo sia il più eclatante, almeno apparentemente, effetto di superficie. Eppure c'è qualcosa, prima, qualcosa che sfugge l'immagine ed è condizione di possibilità di quel sopruso, e cioè la nominazione; in effetti, non esistono indiani d'America, ma il fatto di averli chiamati indiani implica necessariamente un livellamento dell'americanità dei nativi americani all'indianità degli indiani, e questo per il semplice fatto di poter agire su di essi in maniere che il colonialismo aveva già ampiamente affinato e che s'inscrivono e possono iscriversi soltanto nella cornice di un tale atto nominativo. Prospector (USA, 2015, 13') non ci riporta a questa realtà, e in fondo l'abbiamo già visto altre volte che il cinema non ha nulla a che fare con il nominativo e la nominazione; semmai, il cortometraggio di Talena Sanders va a configurarsi in maniera eminentemente nicciana nel momento in cui non si arresta alla superficie ma tenta, mirabilmente, di far emergere ciò che sta sotto di essa ed è stato come bloccato dall'atto nominativo di cui sopra, il che sfugge alla parola nello modo in cui sfugge al discorso vero, quello storico e filologico. Non è semplicemente una questione di potenziali, di virtualità non attuatesi: c'è di più, e questo di più è un fondo realmente comune e che però non è quello dell'indianità bensì quello che ha fatto in modo che sia gli indiani d'America che gli indiani dell'India subissero una medesima sorte sociale, culturale e, ovviamente, politica. Ciò è possibile se, ovviamente, è possibile sconfinare, cioè letteralmente andare al di là dell'orizzonte, perché al di qua di esso il nativo americano è chiuso nelle riserve, ritratto su una statua gigante come insegna pubblicitaria e via dicendo, ma è effettivamente possibile sconfinare, andare al di là dell'orizzonte? C'è una necessità, che poi sarà storiografica, politica, esistenziale, mistica e quant'altro, e però il punto è che c'è. Anche sconfinando, guardando dentro l'abisso, ciò che si vedrà non saranno altro che virtualità impossibili da attuare, pressoché invisibili. Così, qualcosa sbiadisce, una sovrimpressione satura l'immagine e, infine, il mondo è di un altro colore, cioè è già un altro mondo, un mondo leibnizianamente incompossibile e che dunque non può attualizzarsi e neanche comparire quale virtualità nell'immagine cinematografica, poiché questa pure ha una necessità, che la lega a questo mondo, nel quale l'indiano, americano o indiano che sia, è questo e nient'altro. Allora, la ricerca di Prospector si trasforma in un'impossibilità di andare oltre, ma questa impossibilità, oltre a chiarire, per chi ne avesse bisogno, l'efferatezza del gesto nominativo, fa emergere qualcosa che è al di là della possibilità e della casualità, della coincidenza e della violenza politica. È la necessità, il fondo da cui provengono effetti di superficie che sono quelli e non sarebbero potuti che essere quelli, ed è questo fondo, questa necessità, che infine compie il cortometraggio di Talena Sanders, il quale è veramente al di là del bene e del male per il semplice motivo che è altro dall'attualità, che è benevola o malevola perché già condizionata moralmente, politicamente, storiograficamente, il che non significa, certo, che gli indiani abbiano vissuto per essere dominati, violati e violentati, bensì che c'è una necessità di questa violenza oltre la quale non si può andare, il motivo della quale non può essere chiesto, e questo «non» è il film della Sanders, che solo ci para di fronte alla necessità - carattere fondante e fondamentale del nostro esserci storico, politico e culturale.

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