Pieghe #22: Non si tratta di emancipazione ma di liberazione. Note a margine di due documentari di Morgan Menegazzo & Mariachiara Pernisa


È senz'altro opinabile, e forse anche capzioso, prendere a raccolta nello stesso post due film così diversi come sono, appunto, Warology. Operazione l'altra guerra (Italia, 2011, 89') e Merci de me répondre (Italia, 2015, 65'), ma a nostra discolpa potremmo effettivamente sostenere che, nella produzione filmica di Morgan Menegazzo & Mariachiara Pernisa le due pellicole appena citate potrebbero risultare connesse se non altro per la distanza, che le accomuna, da lavori come per esempio Iconostasi (Italia, 2015, 15') e Rothkonite (Italia, 2015, 2'), distanza non solo formale ma anche commerciale, visto che Warology. Operazione l'altra guerra e Merci de me répondre sono stati distribuiti, a differenza degli altri due pezzi. A ogni modo, ciò che realmente val la pena di sottolineare, a proposito di questa disparità intrinseca alla filmografia di Menegazzo/Pernisa, è il fatto che il carattere commercial-distributivo non è posticcio e, anzi, risulta immanente all'opera sin dalla sua formulazione; infatti, ciò che contrassegna lavori come Warology. Operazione l'altra guerra e Merci de me répondre è un'idea comunicativa forte: essi sono film di comunicazione, hanno a che fare direttamente con la comunicazione. Da ciò si evince bene che, avendo a che fare con la comunicazione, questi due documentari non hanno nulla dell'espressione che, invece, è più propria di opere come Obsolescenza programmata (Italia, 2015, 20'), opere nelle quali si tratta di creare un campo d'intensità che sia fondamentalmente accogliente. Viceversa, Warology. Operazione l'altra guerra si configura come una plasmazione d'immagini, parole e suoni che trascende immagini, parole e suoni per riconfigurarsi al di sopra di essi, al di là di essi, quindi come un di più che non è direttamente dato da essi: è la mano dell'autore, che bracca l'immagine e, surcodificandola, la fa significare ciò che egli pone come Significante. Così, troviamo nel corso del lungometraggio interviste spezzate, personaggi che annuiscono mentre un altro, che di certo non ascoltano, sta parlando e, insomma, tutto un armamentario pronto non per esprimere ma per significare. D'altra parte, a proposito di Merci de me répondre, abbiamo un tentativo non coincidente con quello appena descritto ma sicuramente parallelo; in questo caso, infatti, un viaggio causato da un biglietto legato a un palloncino francese, si trasforma in un viaggio eminentemente comunicativo, durante il quale Menegazzo e Pernisa assumono la funzione che avevano già assunto con il documentario precedente, e cioè quella di chi fa dire. Dire puttanate su Dio, anche. Che esiste e ci protegge e non è affatto un suino. Non ha importanza il cosa. Quel che importa è che qualcosa venga detto, che si comunichi. Ora, come insegna Gilles Deleuze, che abbiamo citato in Fotogrammi #35, l'opera d'arte è sempre un atto di resistenza e come tale non ha nulla a che vedere con l'informazione. L'informazione, però, è cardinale, è l'elemento basico, il germe la cui cristallizzazione è Warology. Operazione l'altra guerra, è Merci de me répondre. Che significa? Certo non che Menegazzo e Pernisa abbiano fatto dell'arte un mezzo comunicativo come il più abietto fascismo cinematografico è abituato a fare; piuttosto, essi vanno delle opere essenzialmente comunicative e informative, ma queste opere sono di per sé destinate alla distribuzione, devono essere distribuite. Perché? Perché non sono documentarie. Sono materiali informativi e comunicativi, e dunque devono raggiungere i canali di distribuzione per comunicare e informare. Accanto a queste opere, però, Menegazzo e Pernisa svolgono un'attività prettamente cinematografica, che si potrebbe riassumere nei cortometraggi sopra elencati. Opere piccole, quasi familiari, da nascondere su Vimeo o da lasciare in visione (privata) ad alcuni amici e familiari. Queste opere, il cinema di Menegazzo/Pernisa, sono a sé, cioè non risultano né vengono affettate da quell'altra produzione, e però, se ciò è vero, è altrettanto vero che è semmai quell'altra produzione a venire affettata dal cinema di Menegazzo/Pernisa; infatti, è come se Menegazzo e Pernisa aprissero uno spartiacque: di qua il cinema, di là opere comunicative e informative che, col cinema, non hanno niente a che fare, e per ciò vengono distribuite. L'operazione da loro compiuta, dunque, è della massima rilevanza, e davvero porta a concretezza la riflessione di Deleuze sull'informazione e il cinema come atto di resistenza: l'informazione va comunicata, quindi distribuita; il cinema no, quello, al massimo, lo si incontra, lo si trova, lo si condivide, ma perché il cinema, in fondo, non comunica nulla - esprime soltanto, ed è questa espressione che bisogna preservare dai rapaci che richiedono un autore che surcodifichi le immagini allo stesso modo in cui desiderano uno stato di polizia che surcodifichi le leggi. Ciò è peraltro palese per il carattere estremamente problematico delle opere distribuite: non sono documentari, sono finzioni, finzioni che fingono il documentario. Che importa se l'amartia di Merci de me répondre sia vera, se cioè quel palloncino sia davvero caduto sul giardino dei registi? Nulla, ma non importa nulla perché il palloncino stesso altro non è che una scusa per far proliferare i discorsi - discorsi su Dio, il caso e argomenti popolari di cui ognuno ha una propria, effimera, opinione - e fare in modo che questi discorsi, proliferando, occupino spazi che legittimano quindi come propri, cioè altri rispetto al cinema. Ecco, crediamo che sia questo il grande gesto di Menegazzo/Pernisa: liberare il cinema dalle impurità, il che non significa sgomberare poliziescamente il territorio (ripetiamo: pseudo-documentari come quelli sopra citati nascono già per essere distribuiti) ma occupare anarchicamente lo spazio per poter far sì che da questo stesso spazio possano emergere capolavori eminentemente e puramente cinematografici come Iconostasi, Rothkonite etc. 

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