Lampedusa


Un'eruzione vulcanica porta all'emergere di un'isola il cui possesso viene immediatamente conteso, fino a quando l'isola stessa non sprofonda, riducendosi a nient'altro che a uno scoglio. Allora è l'immagine di Mariangela Ciccarello e Philip Cartelli a emergere, ed è un'immagine rarefatta e sfrangiata, quella che va a comporre Lampedusa (Italia/Francia/USA, 2015, 14'), quasi incompleta o d'impossibile determinazione. Del resto, non si tratta di recuperare il Super8 per creare un documento storico né di mischiarlo all'HD per tessere qualcosa che sappia di memoriale o d'elegia; piuttosto, si tratta di recuperare un'originarietà perduta - e persa ancor prima dello sprofondamento dello scoglio, persa cioè nel momento del Verbo, di quel biblico inizio che non si vuole, sebbene in effetti lo sia, iniziato: e sono le voci, quelle che s'appropriano dell'isola o, meglio, che combattono per appropriarsene, si fanno udire per poter estendere il proprio dominio sull'isola, voci che oscurano l'isola nominandola, strano potere della nominazione che si rivela già un abuso, un'effrazione, una violenza. Le voci parlano per appropriarsi dell'isola, e con ciò l'isola compare non come ciò che è bensì come ciò che quelle voci, che sono ed esistono in quanto atti violenti, d'appropriazione, nominano, poiché quell'isola non esisterebbe se non fosse nominata, e cioè proprietà di qualcuno. Banale politica, ordinaria amministrazione. Ma è proprio qui che s'insinua il lavoro di Ciccarello e Cartelli  e vi s'insinua con un atto che si pone nella stessa maniera di quello nominativo, solo al vocativo, perché l'isola non c'è più, è già sprofondata, è già stata nominata, quindi ciò che ora si tratta di fare è evocarla, ed è fondamentalmente questo, Lampedusa, un'opera al vocativo che, però, s'impone collo stesso gesto con cui si son poste quelle voci, e cioè un gesto eminentemente effrattivo, poiché ora non si tratta più, soltanto, di evocare l'isola ma di spazzare anche quella cortina di nebbia che son state le nominazioni delle voci che se ne volevano appropriare. Bisogna quindi andare al di là del politico, il che significa al di là dei suoi due principi, che sono la proprietà e il nominativo, e per ciò è necessario l'HD, non in contrapposizione al Super8 ma come contrappunto di una realtà che si vorrebbe qui e non c'è. Ma può esserci, e Lampedusa infatti non mostra altro che questo: laddove la politica dimostra, il cinema mostra, e ciò che è mostrato non può che essere perfettamente inerente al mostrante, ovverosia all'immagine cinematografica, la quale si fa così qualcos'altro rispetto a un contenitore, quale potrebbe per esempio essere in un film documentario tipicamente inteso, per divenire ambiente, il che non significa necessariamente far riemergere l'isola, piuttosto aderire così perfettamente alla sua nuova forma, che è quella di scoglio, per sommergersi anch'essa - e noi con essa. L'immagine-luogo che è Lampedusa non si sommerge per sparire, ma si sommerge per sommergere il nostro sguardo e portarlo a profondità finora inaudite (o almeno inaudite alle voci, che non hanno saputo più vedere sotto il livello del mare....): cosa può il cinema? Registrare intensità altrimenti impercepibili, e questo è chiaro, solo che qui si va un po' oltre, perché non si tratta di portare queste intensità alla nostra soglia d'attenzione ma di rendere impercettibile il nostro sguardo, la nostra soglia di attenzione per poter farle cogliere quelle intensità. Con ciò, Ciccarello e Cartelli compiono davvero un gesto di straordinaria fiducia nelle capacità dell'essere umano e nelle potenzialità del cinematografo, ma, in fondo, non è nemmeno questo ciò che importa: ciò che importa non è un qualche umanesimo (?) come spinta fondamentale dell'opera filmica di Ciccarello e Cartelli quanto, piuttosto, il fatto che quest'opera sia davvero un'immagine unitaria - immagine-luogo che attrae il nostro sguardo, il quale non implica l'immagine ma è implicato da essa, viene dopo di essa, immagine che si fa ambiente, ma quell'ambiente è l'isola, e ciò che viene accolto in questa sorta di Chora non è, come banalmente succede, lo scoglio, l'oggetto ripreso (pleonasmo di un'immagine dell'immagine di molto, troppo cinema documentario), ma gli occhi di chi la osserva.

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