Karst (Krš)



Colla sua ultima opera, Karst (Serbia/Francia, 2015, 84'), Vladimir Todorovic si lascia alle spalle le potenti ed evocative sequenze di Disappearing landscape (Singapore, 2013, 70') ma non troppo e, anzi, forse è solo apparenza; in effetti, in Karst viene radicalizzata la forma documentaria, già peraltro consistente nel lavoro del duemilatredici, ma tale radicalizzazione è come se fluisse verso gli stessi lidi di Disappearing landscape, e ciò pare dovuto al fatto che, ancora una volta, il regista serbo sembri interessato agli ambienti, a quei paesaggi dentro i quali l'individuo non solo vive ma anche e soprattutto si dà in tutta la sua individualità. Come insegna Simondon, infatti, l'individuo è sempre individuo + ambiente, e tale relazione è sostanzialmente dovuta a un medesimo divenire informativo che trapassa l'individuo e l'ambiente e di cui l'essere non è che una fase. Si tratta, allora, di recuperare questa informazione, e in questo caso Todorovic opera spontaneamente, quasi accecato da una fiducia che, in questo senso, esclude ogni fallimento, ogni vicolo cieco che tappi la possibilità di cogliere il divenire di cui sopra. Così, il regista segue la venuta in terra serbo-montenegrina di un diplomatico italiano che, nelle alture scoscese, impervie e apparentemente inabitabili, vorrebbe costruire la sua casa dei sogni, e tutto il lungometraggio non è che un tentativo di cogliere non tanto il realizzarsi di questo desiderio quanto, piuttosto, la sua formazione, che antecede il film ed è propriamente ciò che lo scaturisce:  quel desiderio di veder creato qualcosa, che sia una casa o un'immagine, e questa creazione non implica «nonostante» ma, anzi, nasce spontaneamente proprio da ciò che potrebbe sembrare impedire la suddetta creazione. Così, la casa non dev'essere tra i boschi e le pietre nonostante i boschi e le pietre ma dev'essere lì con essi, sorgere da essi, il che non significa solamente adattarla all'ambiente, piuttosto significa recuperare quel qualcosa che l'ha fatta sorgere idealmente, cioè come idea desiderante, attiva, creatrice - disegno originario, che non si dà solo come abitazione ma già come paesaggio, abitazione + ambiente. In un certo senso, non si tratta di procedere all'edificazione della casa: si tratta, invece, di retrocedere, di procedere a ritroso per recuperare il paesaggio così come s'è venuto a formare nell'idea, e questo è eminentemente cinematografico; infatti, tutto il discorso di Todorovic altro non è che un discorso sull'immagine, la quale non si dà se non precedentemente e deve dunque essere ri-presa, recuperata. Come dicevamo, dunque, se c'è uno scarto tra questa pellicola e la precedente, esso dev'essere ricercato primariamente nell'importanza data alla forma documentaria, quasi che Todorovic non avesse altra fede che nel paesaggio e ciò che accade in esso (che è comunque già paesaggio); ecco, allora, che le due opere si ritrovano più vicine di quanto non sembri, perché se in Disappearing landscape l'ambiente era costitutivo e antecedente l'individuo, qui pure lo è, ma in una maniera differente: non si tratta più di togliere i confini, di ritrovarsi tutti partecipi di una terra che, come la carne del mondo di Merleau-Ponty, è costitutiva di ogni singolo essere umano nel momento stesso in cui ogni singolo essere umano è a sua volta costitutivo di essa, si tratta ora di andare laddove i confini sono già stati tolti e recuperare quella forma primigenia, originale e originaria in cui l'uomo è con l'ambiente e l'ambiente con l'uomo. E così il cinema. L'immagine di Todorovic, infatti, è sempre la stessa, e il suo tentativo, qui come allora pienamente riuscito, sta non tanto nel ritrovare l'immagine di un paesaggio ma di fare in modo che l'immagine stessa sia aderente al paesaggio e con ciò paesaggio essa stessa, al di là del binomio realtà/rappresentazione, natura/cultura e via dicendo.

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