Devil come to hell and stay where you belong


È senz'altro tutto molto enfatizzato ed esasperato, in Devil come to hell and stay where you belong (USA, 2008, 86'), e forse noialtri faremmo meglio a non ritornare a quei vecchi lidi contemplativi che, per un bel po', sono stati la nostra casa, e non dovremmo farlo soprattutto quando le cose vengono gridate, come i rimandi (o differimenti?) che Massimilian e Nina Breeder fanno al Philippe Garrel de La cicatrice interiéure (Francia, 1972, 70'), perché l'impressione, alla fine, è quella che ci sia qualcosa sotto, qualcosa non di brutto ma d'increspante, che per certi versi getta discredito sulla purezza e la purità dell'immagine posta dai Breeder, eppure noi ci ritorniamo, a film del genere, perché Devil come to hell and stay where you belong è un film dove tutto funziona così maledettamente bene che riesci anche ad apprezzarlo, lo squarcio benninghiano che ogni tanto s'apre in esso e che, solitamente, risulta piuttosto fastidioso e autoreferenziale; al contrario, nel film dei Breeder tutto fila liscio, e la sensazione ultima è quella di trovarsi di fronte a qualcosa di davvero audace, se non propriamente grande, immenso... esageriamo, certo, ma chi scrive ne ha appena ultimato la visione, e c'è qualcosa che vibra nell'aria, e le mie mani tremano ancora: non è semplicemente un viaggio, quello presentato, registrato, ripreso e ridato in Devil come to hell and stay where you belong, è qualcosa d'altro, qualcosa che non può nemmeno confondersi con un itinerario metafisico à la Tarkovskij o qualcosa di più politico, come un film di Rivette; piuttosto, è la grande formazione dell'immagine così come essa è qualora ce la presenti il suolo e non il sogno Americano, un'immagine deserta e desertificata, lastricata di piante secche e animali morti o moribondi, un'immagine dunque che non si dà se non come soglia, limite, che è per il fatto stesso di trascorrere (e trasparire in questo trascorrere). L'immagine dell'on the road, insomma. L'immagine che si fa immagine per dissiparsi, già lacerata, persa in anticipo, colma di rumore e di rumori. Niente a che vedere con quel cinema contemplativo patinatissimo e rompicoglioni (Bruno Dumont, per intenderci), e ciò per certi versi potrebbe anche screditare sequenze nel corso delle quali ci si rende conto che ciò che si contempla non è la natura, il paesaggio, la disperazione degli amanti ma la grana stessa dell'immagine, il suo sbiadimento, il suo impossibile restituirsi, che è anche, in ultima istanza, il motore del viaggio, l'essenza non tanto del divenire quanto piuttosto dell'istante, la cui proprietà è appunto quella di disfarsi, di trascorrere. Poi, certo, alcune sequenze esasperano davvero all'eccesso la commozione e la tristezza (si prendano gli animali spiaggiati o gli stessi protagonisti, sempre sull'orlo di tagliarsi le vene), ma, stranamente, ciò non lascia alcun senso di amarezza, neanche un retrogusto di adolescenza o d'immaturità; anzi, è proprio quest'esasperazione della secchezza, della depressione, dell'ineluttabile «Merda, sono qui» che taglia efficacemente la pellicola, portandola a toccare vette piuttosto alte o comunque, qualora sia l'estasi della visione a farmi scrivere e non la consapevolezza di essa, conducendola a produrre sensazioni e pensieri originali e interessanti, e ciò crediamo sia dovuto al fatto che la ricerca, procedente comunque senza alcun telos, si crei e s'amplifichi - insomma proceda - per risonanza interna, sicché alla fine ciò che rimane non è altro che una ricerca dell'immagine che è già stata posta, e questo stesso porre l'immagine l'amplifica, non perché essa sia brutta e debba ricercarsi qualcosa di più perfetto bensì per il fatto che non possa accogliere alcunché dentro di sé, è già piena di suo ed è piena di sé: cinema portato all'estremo grado, cinema di cinema senza però essere meta-cinema, cinema che riflette sulla vita e vita che riflette sul cinema, quasi che l'immagine originaria abbia già catturato la vita, intrappolandola e non permettendole di essere all'infuori di sé. È l'immagine cinematografica, il Diavolo: è lei che occupa e s'appropria dell'unica cosa che è tua, la vita.

2 commenti:

  1. Non ho visto il film, immagino non si trovi neppure, ma hai scritto una recensione intensa, a tratti lirica. Non voglio aggiungere nulla e non perché non ho visto il film, ma perché credo tu sia riuscito a dire molto e bene. Anche il timore di uscire dal "dogma" immanentista trovo che risulti - tuo malgrado - pertinente alle immagini che riesci a rendere manifeste, tramite la scrittura. Complimenti, jean claude.

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    1. Grazie. A me onestamente la recensione non piace granché, troppo "di pancia", ma mi fa davvero piacere che muova all'interesse per il film. Comunque, l'ho uppato, se vuoi te lo passo volentieri. Scrivimi una mail: talkinmeat@gmail.com

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