Cry when it happens


Cry when it happens (Spagna, 2010, 14'): sì ma quando?  Laida Lertxundi propone un cortometraggio che, come Footnotes to a house of love (Spagna, 2007, 13'), si caratterizza per rendere l'assenza nel film il suo fondamento stesso, da cui scaturisce dunque un cortometraggio fatto di scene che sono sottilmente legate tra loro ed insieme sconnesse, in modo da non formare una trama, eppure una qualche connessione c'è: è così che, per esempio, deduciamo che si sta realizzando un film e ciò che proietta questo film, ovvero la televisione, viene collocato in posti diversi, come una stanza di un hotel prima e infine in mezzo ad una pianura, abbandonato a sé stesso e neppure più guardato. Tra queste due scene non sembra esserci una causa particolare che le colleghi - anche se deduciamo sia proprio lo stesso film - e allo stesso modo vediamo il film della Lertxundi, come una visione semplicemente gettata nel mondo, in cui ci sono tutti gli elementi per fare un film e, in effetti, si fa, tuttavia non sembra neanche che le scene siano buttate, così, a caso: non perché non si comprendono le cause, o non le si manifestino, significa che esse non ci siano. Queste le sensazioni che fanno scaturire il film, in cui c'è il particolare della musica che si fa sentire ora come parte del film ora come parte del film nel film, portandoci a ricollegarli e farci pensare che, quest'assenza costituente di Cry when it happens e del film nel film, sia tutto quello di cui si ha bisogno per far sì che sia lo spettatore a manifestare qualcosa e non l'autore stesso del film, che invece pone solo le basi per questa manifestazione. Vediamo quindi scendere la notte e sebbene sia un momento in cui in genere ce ne andiamo via, perché tutto è già stato fatto - il film stesso sta per concludersi -, la musica continua ad esserci e il televisore, non si sa bene come, a funzionare: il film non sembra aver motivo di concludersi e così sembra continuare proprio quando la pellicola sta giungendo al termine, perché non solo di pellicola è formato - ma d'altronde questo lo sapevamo già, perché il film è stato per tutto il tempo esperito non solo dalle scene ma da ciò che mancava, il che non si deve per forza concretizzare in qualcosa: quel pianto evocato solo nel titolo è quel qualcosa di manifesto che si colloca nel momento in cui succede qualcosa che prorompe, che non riusiamo a dire. Ecco che quando manca il pianto è mancata la parola ma quando manca la parola non è mancato il film che, anzi, diventa luogo di quel di più che può il Cinema.  


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