Cathedral


Che Robert Todd abbia cambiato pelle è un dato di fatto che abbiamo potuto appurare già con Borderlands (USA, 2014, 13'), eppure questo Cathedral (USA, 2014, 21'), che pure persegue nella forma del film a esso coevo sembra come retroagire rispetto a quest'ultimo, recuperando quell'incanto più naturale che naturalistico proprio della produzione precedente; certo, i fasti di Cove (USA, 2012, 7') sono cosa ben lontana, ma è ben lontana perché, di fatto, non si tratta più di quel cinema, cioè non si tratta più raccogliere la spontaneità della vita ma come di recuperarla, quasi che Threshold (USA, 2013, 19') avesse spezzato qualcosa, sicché non si è più nella fattoria di Good farm (USA, 2012, 4') o, comunque, in un luogo unitario che si tratta di restituire semplicemente e fedelmente quanto, piuttosto, di muoversi, percorrere alterità, dal fiume al bosco, dalla terra al cielo, dal giorno al crepuscolo, e di utilizzare quindi il montaggio come una sorta di sutura, il che non implica affatto che Todd attraverso il montaggio recuperi o crei un'unità andata perduta nei fatto ma anzi che egli adoperi il montaggio come qualcosa d'altro rispetto alle immagini in grado di creare un ritmo, ed è questo stesso ritmo, in ultima istanza, ciò a cui ora il regista statunitense tenta di arrivare. Il ritmo, come ciò che manca nel reale ma perché, il reale, o lo si coglie intuitivamente, come in Cove, immergendosi in esso attraverso una sintonia sensistica e sensibile coll'ambiente filmico, oppure, come più usualmente accade, attraverso operazioni refrattarie alla sintonia, di uno o due sensi al massimo. Al contrario, il ritmo che emerge più che scandire Cathedral è un ritmo che, appunto, mette in relazione la vista con l'udito, creando quasi un nuovo modo di sentire e percepire: si tratta, in fondo, di trascorrere le immagine e di farsi trascorrere da esse, di sentirle come una temporalità e di scoprire questa temporalità come la propria più intima e irriducibile durata. Una ragazza legge, qualcuno guarda l'orizzonte, e nel mentre tutta la natura si riduce a un quid che l'immagine scopre di non poter contenere di per sé, poiché quel che è la natura è nient'altro che ciò che si presenta - materia e spirito, e c'è allora bisogno di qualcosa non che faccia emergere lo spirito dalla materia ma che permette allo spettatore di sentirlo vibrare, quello spirito, anche a costo di confondere la vista, di rigettare la materia nelle superficiali profondità dello spirito. Ciò che ne resta, allora, è questa sensazione di non aver capito tutto, che qualcosa ritma l'immagine e che quel qualcosa è nell'immagine stessa, che dunque s'appropria del montaggio in una maniera del tutto originale, e cioè precedendolo, facendolo scattare. Ecco il senso di sacralità che è perspicuo in Cathedral: non c'è nulla di sacro, né verità più profonda o legame che non sia intrinseco a ciò che è legato. L'immagine deve durare quanto dura perché è quella foglia, quell'albero, quel tramonto, e quella foglia, quell'albero e quel tramonto non possono non essere immagini che, a loro volta, si legano col resto in un'estasi panica che non le trascende ma è esse immanente - solo e unico effetto di superficie. Ecco, il ritmo è, cinematograficamente, quest'effetto di superficie, che non può darsi se non con una disparazione degli elementi, con un'eterogeneità solo apparente e la cui apparenza, una volta risolta e scoperta in un sentire più profondo, non fa che ribadire ciò che aveva già espresso, anche se in altra maniera, la precedente produzione di Todd, e cioè che noi siamo nell'ambiente dell'immagine e l'ambiente è nell'immagine: vita...

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