Beyond my reflection (Mais do que eu possa me reconhecer)


Il vecchio ha una handycam e riprende il giovane che lo riprende. Vive in una casa, circondato da dischi, libri e film. Mostra al giovane dove si siede a guardare i film e gli mostra anche cosa ha ripreso di lui che lo riprendeva. Non si tratta di un conflitto generazionale, eppure c'è un solco insormontabile tra i due, uno spartiacque che Mais do que eu possa me reconhecer (Brasile, 2015, 72') non colma e sicuramente non ha intenzione di colmare; piuttosto, si tratta di guardare da una parte all'altra, uno al di qua e l'altro al di là del solco, trovare un punto di giuntura più metafisico che fisico e comunque materico, materiale: lo sguardo. Non uno sguardo oggettivo e oggettuale, bensì lo sguardo soggettivo, che è subito cinema. Il documentario di Ribeiro, infatti, non cerca un punto di visione ma si dà immediatamente come punto di vista, e non è affatto un presupposto che lo sguardo debba necessariamente essere soggettivo per darsi, anzi è proprio ciò che il film va delineando e approfondendo, questa soggettività dello sguardo, quasi che in ultima istanza sia proprio questa la vera congiuntura, lo spazio in comune o, più propriamente, il comune che assolve il giovane e il vecchio da una distanza e una solitudine altrimenti ineluttabili, e il punto è proprio che ciò che abbiamo perso è ciò che in fondo non può non essere la base materiale su cui si erge quel che ci fa perdere questo qualcosa, ovverosia la soggettività, noi stessi, il nostro occhio e la nostra capacità di guardare, la forza documentaria che non implica mai un'oggettività, al contrario del film di finzione; se, infatti, quest'ultimo si dà come oggettività del regista, il cui sguardo si ritrova nello spettatore come incarnazione degli occhi di quest'ultimo, nel documentario è la possibilità di guardare coi propri occhi, di essere centro di una variazione che è il film stesso e la cui intensità e percezione non è data da altro che dalle proprie potenzialità percettive. Così, non c'è nessuna oggettività nella mostrazione adoperata da Ribeiro su Darel e la sua video-arte, ma ciò non significa che ci sia il suo occhio e che noi vediamo attraverso la sua lente, nient'affatto; piuttosto, è un fatto d'impossibilità oggettiva, cioè l'oggettività non è mai terreno comune, poiché non è di nessuno: è, semmai, la soggettività ciò attraverso cui passa la vita, una vita, e questa drammaturgia dell'immanenza, che trova il suo precursore nel cinema di Coutinho, specialmente nel suo Boca da lixo (Brasile, 1993, 49'), e che ultimamente viene espressa in maniera radicale da documentari come questo di Ribeiro, da Jà visto, jamais visto (Brasile, 2013, 53') di Tonacci o dall'ultimo Safadi e Pretti, O fim de uma era (Brasile, 2014, 73'), e in maniera un po' più acquietata da film di finzioni come ad esempio Branco sai preto fica (Brasile, 2014, 93') e Lavoura arcaica - A la izquierda del padre (Brasile, 2001, 163'), non è per niente pura forma su cui innestare un contenuto bensì una forza, la possibilità di un campo di forze che agiscono e interagiscono tra loro. In questo senso, la soggettività di Ribeiro è ciò che passa nella camera di Darel, e viceversa. E questa soggettività non è mai definitiva, bensì opponibile, politica, transindividuale, poiché ciò che ne risulta non è Darel (la sua soggettività) in sé e nemmeno Ribeiro in sé ma, da ambo le parti, la mostrazione della mostrazione, mostrazione al quadrato che ci coinvolge e ci cattura, in quanto possibilità stessa del nostro sguardo, del nostro guardare, che solo allora prende a relazionarsi con le forze in campo, ad essere una di quelle forze. 

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