Alla fine della baldoria #6: Mauro Santini - Petite mémoire



DATI TECNICI
Titolo: Petite mémoire
2003, 6 min., minidv, col.
Soggetto, regia, fotografia, suono, montaggio, produzione: Mauro Santini

SINOSSI
I videodiari nascono senza sceneggiatura, con una totale libertà in fase di ripresa, in digitale, a costo zero, senza troupe, con la camera pronta a deviare seguendo le circostanze: l’atto di filmare diventa così un gesto di ‘scrittura’ vero e proprio, fortemente autobiografico e non delegabile.
 L’organizzazione di questo vissuto quotidiano diventa narrazione per mezzo di un lavoro al montaggio che non consiste nell’organizzazione e nella messa in ordine del materiale 
secondo uno schema già definito: diventa a sua volta un gesto creativo che non risponde più a schemi predefiniti, ma che procede per associazioni visive e cromatiche. Il montaggio dei miei video segue solitamente la linea di un sentimento, quello dei videodiari si muove spesso sulle tracce di un’esistenza melanconica.


NOTE DI REGIA
Petite mémoire racconta di un volto di donna dimenticato e del tentativo di fare luce nella memoria, di ridare tratti chiari a ciò che è indistinto, ma quanto più ci si avvicina, tanto più il volto svanisce, portato via da altre immagini pronte a reclamare la stessa attenzione. …e al termine del viaggio, fermi in una stazione vuota, si resta col dubbio che fuori dal finestrino siano passate soltanto le proprie proiezioni, o quelle di altri viaggiatori; che i tapis-rulant della memoria ci abbiano illuso ancora, noi e le nostre valigie vuote…


APPUNTI SPARSI
Petite mémoire è, a nostro avviso, il lavoro definitivo del regista pesarese, ma è definitivo in un senso propriamente improprio, che - per farla breve - porta alla luce tutta la fragilità che sta alla base della filmografia di Santini: non basta dire che i film di Santini siano cose piccole, bisogna sottolineare il fatto che essi sono cose piccole proprio perché la base è fragile e, come tale, non potrebbe mai sopportare qualcosa di grande o, il che è lo stesso, di pubblico. Al contrario, ogni film di Santini è cosa piccola perché fragile e in un certo senso questa fragilità non fa che ricalcare la piccolezza delle opere di Santini, almeno in un mondo in cui pesce grosso mangia pesce piccolo e tutto è pubblico e pubblicizzato. Ecco, concludiamo la seconda agiografia parlando di Petite mémoire perché ci sembra che Petite mémoire palesi in maniera lucidissima il binomio - cifra stilistica di Santini - tra fragilità e piccolezza, spesso concretizzato nel dualismo passato/presente, dove per passato si deve intendere un qualcosa di montaliano, sì, ma di non ineluttabilmente tale. Come abbiamo visto a proposito di Da qui, sopra il mare (Italia, 2003, 10'), infatti, il passato è dato come ciò che si sottrae al presente, ma il cinema è per l'appunto il luogo, il punto vitale in cui la retta del passato e quella del presente s'incrociano, sì che non si possa effettivamente parlare di vita senza parlare di cinema, qualora - sia ben chiaro - la vita è ciò che trapassa il presente di passato per slanciarlo verso il futuro. Ora, questo futuro è tolto, non si dà mai se non come slancio, come desiderio, come telos, e questo telos, certo, si concretizza e arriva da qualche parte, cioè, appunto, l'intersezione delle rette passato/presente, ma è proprio questa intersezione, pur essendo continuamente rinnovata e, anzi, proprio per questo, a differirlo, a muovere più in là l'orizzonte circoscrivente. E Petite mémoire è fatto di ombre, luci, fisionomie mai definite, ambienti che presumono l'infinito e via dicendo, tant'è che ora come non mai l'ondeggiamento di significati e il senso di Wahstimmung proprio dei Videodiari è presente e potente. Potente, ovvero che può. Cosa può? Può produrre. Non produrre significati, semplicemente produrre: è pura volontà di potenza. Ma è pura volontà di potenza in quanto e soltanto come ondeggiamento dei significati e come ineluttabilità di questo ondeggiamento. Abbiamo infatti detto che c'è sempre una perdita nei film di Santini o, meglio, che c'è un atto effrattivo, il quale presuppone una perdita, una scomparsa, un non c'è più (passato) che è immediatamente un vorrei che ci fosse ancora (presente), ed è proprio quest'«ancora» il perno di Petite mémoire: un ancora che è un passato che riverbera nel presente come scomparsa che è anche desiderio, desiderio che emerge positivamente dalla scomparsa perché la scomparsa, a differenza del suo oggetto, non scompare (cinema dell'æssenza) ma permane come traccia del scomparso - assenza dell'essenza che è subito essenza dell'assenza. In questo senso, l'ondeggiamento dei significati, le varie sovrapposizioni con cui esso è dato etc. non è altro che indice di quest'assenza presente qui, un'assenza che proprio in quanto presente è produttiva. Certo, il passato è passato, è morto, ma di fronte alla morte non si rimane impassibili: si produce, si produce silenzio, a volte lacrime, comunque qualcosa. Nelle veglie funebri, c'è tutto un rituale della commemorazione, e questo rituale è una produzione della morte, una morte che viene in vita, un passato che, in quanto trapassato, rinviene al presente, trapassa il presente. È per questo che ogni film di Santini è cosa fragile: perché riguarda quel delicato momento di lutto, in cui qualcosa non c'è. Ed è anche per questo che ogni film di Santini è cosa piccola: perché il lutto non può che riguardare l'intimo. Certo, non un intimo individualistico: di fronte alla morte, io vivo la perdita di mia madre, ma anche mio fratello la vive. Ognuno a modo suo. E Petite mémoire si fa esattamente intimo irriducibile al quale partecipiamo tutti, ognuno a modo suo. Ne siamo coinvolti proprio in quanto enti intimistici, ridotti, nelle circostanze più - per così dire - pure della vita, a non essere altro che il nostro intimo. Quest'intimo che non è affatto un teatrino, ma qualcosa di produttivo. Produttivo non di significati ma del loro ondeggiamento, ondeggiamento in cui il significato traballa ed è tolto e viene dato solo poi, solo quando si esce dall'intimo, quando lo si estrinseca da esso, lo si attualizza. Inutile ribadire, a questo punto, l'irriducibilità di cinema e vita: nell'intimo, non solo sono la stessa ma cosa ma è giusto il cinema che può farci accedere in maniera così lucida e consapevole a quell'intimo che, in ultima istanza, differiamo o anche disgreghiamo sempre non appena lo concettualizziamo, lo indaghiamo razionalmente - e il cinema di Santini ci pare il più commosso e onesto atto d'effrazione cinematografico-vitalistica del nostro intimo, un atto col quale noi recuperiamo noi stessi, l'intimo che dunque siamo, il cinema che la nostra vita a conti fatti è.

2 commenti:

  1. Per quello che vale, una delle più belle cose che abbia mai visto. Grazie.

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    1. Vale molto. Come abbiamo detto, Santini, per noi, è qualcosa di assolutamente grande e imprescindibile. Il suo cinema ci ha dato molto, e il fatto che altri siano sulla nostra lunghezza d'onda non può che farci bene. Grazie.

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