Alla fine della baldoria #3: Fabio Scacchioli & Vincenzo Core - No more lonely nights


DATI TECNICI
Titolo: No more lonely nights 
Regia: Fabio Scacchioli, Vincenzo Core 
Anno: 2013 
Durata:  20' 45'' 
Paese di produzione: Italia 
Formato: file digitali, HDcam

SINOSSI
Un melodramma degenerato di Fabio Scacchioli e Vincenzo Core.

"Oh, luce! Amore sparito, mentre ancora respiravo le tue palpebre, appena inventate… è freddo qui, nel mio sogno inabitabile, non c’è tempo in cui perdersi, è finito il tempo dei sogni, è arrivato il tempo degli addii…".

L’archetipo melodrammatico della donna che attende il ritorno dell’amore perduto è il pre-testo per questo film. Il melodramma “è il genere che, più di qualunque altro, simula l’ordine della vita” e rivela sotto la solida trama sentimentale, supportata da “meccanismi infernali quali l’happy end”*, l’indicibile ordito di tensioni, paure e disumane crudeltà che regolano le relazioni tra esseri umani, e tra uomo e realtà.
Dal melodramma cinematografico, imitazione cristallina della vita che sotto una superficie levigata cela l’agitarsi infaticabile della vita stessa, ha inizio dunque un’esperienza di scavo tra le forme del cinema di finzione.
Alla ricerca della radiazione di fondo del dramma cinematografico, dimenticato ogni orpello linguistico e drammaturgico, è stato necessario perdersi all’infinito, indefinitamente, in una moltitudine di immagini, di suoni, universi di cristallo al punto d’esplodere in paesaggi molecolari, in labirinti subatomici oltre i quali l’immagine cessa di rappresentare, diventa pulsazione, tesse campi di tensione modulata che rivelano il vibrare del non visto, del non mostrato, il soffio che sta dietro le immagini, oltre la storia e al di là delle forme. Il cinema come lingua dell’invisibile, un sussurrare alogico che sospira tra le porosità e le increspature dell’immagine come simulazione.
Ecco che l’intreccio dissolve in un’eco lontana, e la visione diviene una pietra intagliata che estirpa ogni ragionevolezza. “L’occhio è per così dire l’evoluzione biologica di una lacrima”**: la visione scaturisce dalla sensazione non controllabile, imprevedibile, più che dall’organicità del pensiero razionale. In ogni film si annusa, si sospetta, si fugge o si evoca la materia oscura del cinema, l’enigma del movimento delle forme nel tempo. In questo film si tenta, prima di tutto il resto, di inseguire le tracce trasparenti di tali sotterranei slittamenti, come un cieco orientandosi con le scie di vento che il movimento dei corpi si lascia dietro.
La ricerca di immagini che non esistono, energia latente delle forme visibili, ha condotto all’adozione di un metodo di montaggio che potremmo chiamare “di persistenza”. Sensibile cioè non solo all’effettiva e verificabile persistenza retinica dell’immagine, ma soprattutto alla persistenza dell’energia, dell’aura di un’immagine sparita. Ogni immagine irradia un’energia indefinita che persiste, perdura al di là della visione stessa – la cenere dopo il fuoco – e strato su strato compone mutevoli campi di forze e inscrutabili connessioni, una geologia nascosta delle forme. Ogni immagine contiene senza saperlo una e mille immagini-fossili, oracoli muti della luce.
Tutte le immagini, le scene di questo film pre-esistevano il film stesso, come nascoste o addormentate sotto terra, e una dopo l’altra sono affiorate per un attimo e subito tornate alle proprie traiettorie sotterranee. Come una moltitudine di fiumi carsici, hanno continuato il proprio movimento lontano dagli occhi, alcune sono riaffiorate altrove e più volte, e ogni volta si trattava di altre immagini, identiche e diverse come inevitabile. Gli occhi non dicono tutto, dicono anzi molto poco il più delle volte. Dovremmo abituare gli occhi a scandagliare il sottosuolo, a rincorrere le immagini che spariscono, sostituite dalle successive, e a inseguire i punti di contatto che un’immagine stabilisce con mille altre distanti e vicine.
Ogni immagine è il riflesso e a sua volta si riflette su mille altre immagini. Uno sguardo ne incrocia altri mille, ad altri mille fa eco un sospiro, e così un’immagine non è in relazione solo con la successiva, ma è tutto un tessuto di rapporti nascosti, segreti, impensati. L’immagine è un prisma.

*Rainer Werner Fassbinder
**Alberto Grifi
***Artavadz Pelechian


NOTE DI REGIA. ATTRAVERSAMENTO DI UN CONDOTTO PER CADAVERI
Il professor Lee indossava una maschera in lattice da alieno dagli occhi di insetto, e un camice bianco della IBM. Era sempre così, quando era in riunione, e costringeva tutti i presenti a indossare la stessa maschera, ma senza il camice della IBM. Detestava dover guardare l’espressione del viso umano, soprattutto durante la formulazione delle sue teorie sull’evoluzione virale.


Per dormire, utilizzavo un condotto per cadaveri, come si faceva una volta tra sconosciuti.

“Vieni a morire con me, stanotte?”

“Si, una roba da pochi minuti e quattro soldi”

“Dicono tutti così”


Un vento color rosa tra piante di seta, e odore di malora dal condotto buio. Si tratta, una volta tanto, di non aprire nessuna porta, di non varcare nessuna soglia, ma di essere quella soglia, e osservare in silenzio il passaggio. E’ come una confessione sparata tra comete che bruciano in branco.

“I virus sono entità biologiche parassite, la cui natura di organismo vivente o struttura subcellulare è discussa. Ma il punto è questo: non occorre essere un organismo vivente per influire sulla vita degli organismi”

Da dentro le pareti umide e spesse, qualcuno sta gridando da diversi giorni. Questi aloni bagnati sono i suoi ricordi condensati in forme non umane. Fumetti erotici, riviste porno, Wittgenstein, vodka fluorescente, le sexe bizarre, gradi da ufficiale sul materasso e cattive ragazze sotto la brandina.
“All’inizio era un respiro come tutti, prima di diventare questo urlo da bestia”
“Siamo costretti a vivere come se fossimo liberi, è questo l’inganno più grande”
Amore, guerra, bondage e popcorn, vecchi posters patinati perdono liquido, brezza fredda di voci straniere e morti incompiute in pozzanghere nere - è necessario morire mille volte per intraprendere un simile viaggio - immobile e dimenticato, sono diventato vecchio, e da vecchio bambino - ero un corpo in una stanza nuda, tanti anni fa.
“Sono morto oggi, io?” 
“Credo di si”
Frequenze radio illegali al ritmo del battito cardiaco, nessun problema, stai solo precipitando, è sempre il solito vecchio film.
“I virus non possiedono alcun tipo di metabolismo e alcun tipo di identità autonoma. Si lasciano trasportare fino a che trovano un ospite da infettare. Lo scopo unico dell’esistenza di un virus è disperdere la propria individualità strutturale in fiumi di acido nucleico, al fine di riprodurre indefinitamente nuovi virus”
Chi osserva chi? Le parole si perdevano dentro strisce di luce in paesaggi di cellophan trasparente dove tutto è senza suono e senza motivo. Le crepe sui muri urlavano di nuvole false su strade sconosciute, e lucertole schiacciate al sole rovente.
Su vecchi indumenti dimenticati appesi - uno spago da parete a parete - dormono pensieri abortiti - qualcuno decise molto tempo fa di lasciarli fuori, davanti a questa porta chiusa, dietro la quale accade da millenni qualcosa che essi non conoscono, e di cui sono i guardiani - al centro della stanza, dietro la porta chiusa, sta un cadavere sospeso su vibrazioni di suono - lo so, ancor prima di vederlo - al centro di ogni stanza c’è sempre un cadavere - bisogna sacrificare l’innocenza per attraversare il condotto - se occhi ti guardano, sei finito - corpi di Veneri stuprate, ma erano solo polaroid ingiallite in gola, fumerie d’oppio e ricordi di nebbia.
“Lo stadio biologico è la forma più superficiale dell’azione virale. Roba da ragazzini. Quello che i governi dei vostri Paesi non vi hanno mai rivelato è che gli effetti più consistenti si apprezzano al livello del pensiero e della mente, e si diffondono tramite ogni forma di espressione umana. La parola è un virus, l’immagine è un virus!”
Espellere il nastro, errore irreversibile - mettiamo in chiaro almeno questo, io non sono nessun cadavere mummificato, immobile su un tavolo di ferro in stanze murate - mi sono perso in un’immagine casuale, telecamera dimenticata accesa da chi? - “Mashonaland è solo un ricordo proiettato su granelli di polvere” - neve elettronica tra pensieri disciolti in angoli bui - “Mi pare di ricordare un alieno, tra gli spettatori” - attento a quello che scrivi, attento a quello che guardi - ma è sempre già troppo tardi, amico mio… - l’uomo che inseguiva le immagini su pareti che respirano, si lascia dietro strascichi di ombre gocciolanti luce blu - raccontava di certi asteroidi tra un fotogramma e l’altro, attento a non farti troppo sentire, e che qualche vecchio santo cubano dal nome indicibile gli avrebbe creduto, ma non tu, mentre con ron anejo benediceva ricordi inceneriti alla bocca dello stomaco - nella curvatura anomala di una lente multifocale inutilizzabile, riposano i sedimenti freddi di un’immagine mai nata, mai vista, mai consumata - mentre un cadavere imbustato guarda da milioni di anni fa il segreto di chi lo veglia con gli occhi chiusi - sapevo che mi guardava, e non ebbi il coraggio di voltarmi - avrei scoperto di essere io - proprio come mi avevano detto…
“Quando quei vecchi rincoglioniti riuscirono a decifrare per la prima volta il genoma del batteriofago φx174, non immaginavano nemmeno quale scoperta stesse dietro alla loro fottuta mappa biologica. In trasparenza, in controluce, la mappa biologica rivela la mappa cognitiva dell’azione virale. Questa carta, coincide con le mappe celesti dell’universo…”
Questi sperduti paesaggi verbali non prevedono alcuna architettura delle vie di fuga, e un corpo ancora giaceva su piastrelle fredde, come giaceva nel nero tra le immagini e nel silenzio tra le parole - sanguina la carne sintetica di una geisha - legata stretta, segni di corda sui polsi, sui seni - “Quando sono nata è dove morirò?” - “Non riesco a sentirti…” - l’origine dei venti è una voragine di fredde strade deserte al mattino prima di uscire, e in fondo all’ultimo angolo dell’ultima strada sta un uomo con la faccia da indiano, oscilla sul busto recitando formule oscure - la declinazione anagrammatica dei nove miliardi di nomi di Dio - finalmente avanzo, ho aperto la porta, e sono entrato - dentro, c’è solo una voce: 
“Io sono il cadavere al centro del condotto per cadaveri, e questa puzza putrescente sei tu. 
Sono pellicola trasparente, pura superficie, immemore della profondità e della prospettiva, del desiderio e del futuro. Sai, è un lungo viaggio, ho attraversato città al natron vuote d’aria, e stomaci e polmoni buttati in strada tra mignotte nere e spazzatura incendiata, la notte. Ora, qui, il mio cuore peserà più o meno di una piuma? Le lacrime possono ancora cambiare colore, anche se non ho più occhi, i miei stanno rotolando giù da qualche palazzo, fino a certe pozzanghere nere, dove cani si specchiano senza riconoscersi. La mia pelle non ha spessore e odora di vino, lo vedi? 
E’ sempre lo stesso addio che si ripete definitivo e stanco…ma non posso farci nulla, è questra la mia parte. Vorrei tanto sciogliermi al sole in poche colonne di fumo invisibile. Io sono un corpo senza organi, la superficie dietro cui non esiste che l’universo. Sono diventato immagine, la mia voce è questo ronzare rovente della lampada di proiezione, dietro di te… è l’unico modo per sconfiggere la malattia di essere uomini…
La sola formula per divenire immuni dal virus dell’uomo, è essere il virus.
Non sono io il cadavere, è chi mi guarda…”



APPUNTI SPARSI
Profanazione. Il cortometraggio di Fabio Scacchioli e Vincenzo Core, No more lonely nights (Italia, 2013, 20'), potrebbe essere riassunto in questa singola parola: «profanazione». Profanazione di un cinema che ha obnubilato l'immagine, prima di tutto, e con essa la vita. Si tratta dunque di profanare una profanazione, una profanazione attuata ai danni della vita e del cinema: profanazione di profanazione, dunque praticabile soltanto dall'interno, critica interna, endemica, anarchica. Found footage. L'operazione attuata da Scacchioli e Core, infatti, non utilizza il found footage come mezzo per attuare una critica, quella profanazione di profanazione di cui sopra, ma è volta anzitutto a reimpostare, reinterpretare il found footage quale sola sostanzializzazione possibile di questa critica immanente: c'è un recupero del found footage, in No more lonely nights, ma tale recupero sottende a un'etica nuova - originale e originaria - del found footage, il quale arriva ora a porre un'immagine che, essendo intestina a un procedimento di found footage, è oggetto della critica e critica essa stessa. Oggetto della critica: il film narrativo, cioè quel particolare tipo di (non-)cinema che subordina l'immagine a qualcosa che la trascende, e cioè la narrazione, la letterarietà al posto dell'immaginarietà. Critica: lo stesso film narrativo, ma spogliato della sua narrazione e fatto convergere, scontrare con altri film dello stesso tipo e anche con se stesso. Così, l'immagine posta in essere nel nucleo originario del cortometraggio si trova come spompata, infondata, non vuota ma svuotata, insufficiente, e la cosa stupefacente è che essa, per quanto insufficiente, è tale solamente nella misura in cui è contestualizzata in un determinato film, poiché - ed è questa la mossa al contempo audace e meravigliosa attuata da Scacchioli e Core - la vediamo in No more lonely nights totalmente sufficiente, piena, che brilla finalmente. Si assiste così a una vera e propria riappropriazione dell'immagine cinematografica, una riappropriazione attuata per mezzo del cinema in vece del cinema stesso, e questo non può che comportare un atto demiurgico o, meglio, vitalistico sull'immagine, cui soltanto ora, da spettro che era, viene dotata di un corpo, di quella vita che le era stata sottratta nel momento stesso in cui veniva fatta nascere, partorita da un grembo cadaverico qual è, appunto, quello del cinema narrativo. L'anarchia di Scacchioli e Core arriva fino a qui, e forse noi siamo stati fin troppo sintetici a volerla così descrivere, racchiudere in una forma, quella della recensione, che non potrà mai restituire la pienezza, la commozione, l'irruenza e via dicendo di una pellicola forte, coraggiosa e brillante qual è No more lonely nights. In fondo, che altro dovrebbe comportare l'anarchia? Certo, c'è un movimento di sovversione e uno d'ordinazione, ma questi due momenti ci sono più o meno ovunque, e a vederla così si rischierebbe di considerare anche certi periodi della storia più recente come atti anarchici: del resto, anche la salita al potere di Hitler ha comportato un movimento d'ordinazione successivo a uno di sovversione (la notte dei lunghi coltelli e quella dei cristalli). Al contrario, l'anarchia si definisce nell'identità dei due movimenti: la sovversione è ordinazione, l'ordinazione è sovversione. La critica è il suo stesso oggetto: emergere di un divenire inarrestabile, continuamente ricontrattato - sono io che ricontratto me stesso con me stesso. In questo senso, crediamo che bisognerebbe vedere in No more lonely nights, a livello magari più generale, sia un atto anarchico che un programma anarchico, il quale, a sua volta, non può che essere detto - mostrato, in questo caso - all'interno di un programma che non si può dire se non facendolo accadere. Cosa accade? Che si profana il cinema per il cinema, colla logica conseguenza di realizzare una sorta di cinema di cinema mediante un'archeologia dell'immagine che è essenzialmente etica.

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