Alla fine della baldoria #2: Enzo Cillo - Slow


DATI TECNICI
Video: Enzo Cillo 
Acousmatic sound: Giacomo Salis 
06:35 
Ireland/ Italy 
2015

SINOSSI
«A dog barks in the distance, at night.»


NOTE DI REGIA
Slow è un progetto che nasce durante i circa tre mesi in cui ho vissuto a Dublino. Un lavoro sul luogo a partire da un'idea sonora di Giacomo Salis. Le riprese sono avvenute solo dopo aver percorso più volte una delle strade vicino casa, in una zona che sembra voler segnare un limite nella città. Un cane che abbaia in lontananza, la luce a intermittenza di un lampione, il vento tra le foglie e una segnaletica stradale «slow» sono elementi che dialogano nella notte.

APPUNTI SPARSI
A prima vista ciò che caratterizza Slow (Irlanda/Italia, 2015, 6') sembrerebbe essere una sorta di inquietudine data dalla solitudine, dalla notte e dai suoni che, ben armonizzati tra loro, portano a questa sensazione, ma ciò non basta per parlare di Slow, perché, accanto a questi elementi, ce ne sono altri che spiccano nel buio, e tuttavia Cillo non ci porta a pensarli come se fossero una salvezza, un'emersione della luce dal buio: gli elementi di luce - quel lampione, quella luna, quella casa illuminata - non sono un faro nella notte, non cerchiamo la luce per vedere dove potersi meglio indirizzare, ed è forse questo ciò che rende ancora più inquietante il cortometraggio di Cillo, ovvero il fatto che la stessa luna, lo stesso lampione, la stessa casa illuminata siano parte integrante di una medesima intensità inquieta. In questo cortometraggio, infatti, la notte e le sue componenti sono su uno stesso piano, senza che una di esse prevarichi sull'altra, così da rendere l'inquietudine qualcosa che conferma la sua presenza anche quando si crede assente. Nel ripercorre queste strade, Cillo parla di una zona che sembra essere altro dalla città ed in effetti sembrerebbe essere così, se pensiamo alla città come luogo sicuro, in cui le persone in fin dei conti vivono a pochi metri di distanza, in cui troviamo un ospedale, una caserma, e tuttavia questa zona non è altro dalla città, perché parte integrante di questa, parte che sembra venire da un luogo in cui c'è sì, inquietudine, ma un'inquietudine che conosciamo perché vive costantemente con noi. Il punto, allora, non è tanto crearsi delle condizioni di sicurezza che ci limitino e delineino, come le mura della casa, che delineano ciò che è tuo o mio, come l'ospedale, che separa i malati dai sani e come la caserma, che crede di legittimare la violenza circoscrivendola ma che in realtà irrompe sempre: ciò che si nasconde dentro questo limite è il fatto che sia creato, istituito e allora Cillo prova a spiegarci che, in fondo, non è che la strada che percorre per tornare a casa. Se l'inquietudine è parte di noi, anche la lentezza lo è, e dunque quella scritta finale «SLOW» diventa un tentativo di constatazione, poiché rafforza il già dispiegato dall'immagine, che ci mostrava una città non frenetica, in una dicotomia mai realizzata ma che immaginiamo ci sia, perché, in fondo, è proprio la lentezza della notte quella che noi esperiamo quotidianamente e di cui ci riappropriamo solo a fine giornata. Ma come per l'inquietudine, che non è relegata alla sola notte, così la lentezza (e quindi, analogicamente, il film) diventa il tentativo di mostrarci il prorompere di queste durante la visione, facendosi luogo particolare di una realtà che tutti conosciamo ma che a volte dimentichiamo o, meglio, siamo abituati a non cogliere se non in una prospettiva già utilizzata, morta e in un certo senso scabrosa: propriamente, non si tratta di liberare l'uomo dall'invenzione decertauiana del quotidiano, portandolo a scorgere ciò che del quotidiano non vede, non coglie, bensì innestare la quotidianità su un assetto differente, che è appunto quello della notte, della lentezza, del cane che abbaia in lontananza e che può essere qualsiasi cosa, perché proprio della notte è essere uno spazio vissuto prima ancora che un tempo (cfr. Minkowski); quest'assetto, lungi dal darsi come nuovo e originale, si presenta piuttosto con tutta una carica originaria che non trascende ma trascina il quotidiano, il quale rimane tale e però al di là dell'orizzonte dell'utilizzabile in cui è iscritto per recuperarsi in quanto dimensione veramente altra da sé, dove a variare non è la luce ma sono le ombre: ecco, allora, che l'inquietudine non è tanto uno stato d'animo ma un'esperienza, e l'immagine di Cillo è molto chiara in questo, poiché non restituisce altro che un buio come prima cosa, ed è grazie a questo buio che l'abbaiare del cane, la luna, gli alberi, la casa pascoliana del tuono possono essere vissuti soggettivamente e intimamente, a seconda del vissuto di ognuno - ondulazione schizofrenica del significato...

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