Xenakis [a]live!



Se si dà comunque un'irriducibilità, o, perlomeno, la si dà in via del tutto teoretica, e cioè al pensiero, insomma se si dà un'irriducibilità fondamentale, una particella elementare inflessiva, la cui espressione è il cosmo stesso, allora questa particella non dev'essere pensata come un quark ma, piuttosto, più come un bosone, particella-forza e non particella-materia; va da sé, inoltre, che questa fondamentale irriducibilità, sebbene possa darsi continuamente, non può che essere afferrata in via del tutto teoretica, poiché è un fatto che la nostra complessità non ci fa essere che esplicazioni, espressioni di ciò che, invece, nella particella-forza primordiale è affatto complicato. In questo senso, risulterebbe illogico poter scrivere di Xenakis [a]live! (Germania, 2007, 56'), il lavoro dedicato al compositore ellenico Iannis Xenakis, poiché, di fatto, ciò che in esso si trova sfugge effettualmente alla lettera, o almeno alla lettera cui siano abituati; piuttosto, l'opera di Reinhold Friedl e Lillevan va a situarsi in quella zona dell'impercettibile in cui la parola, in quanto slegata alla cosa, non può che differire e differenziarsi: si tratta, com'è palese, di una zona d'irriducibilità, più complessa rispetto all'elementarità della particella di cui sopra, in cui il visivo fa tutt'uno col sonoro - e non può darsi senza di esso. Di questa zona diremo soltanto un paio di cose, di cui una è già stata anticipata: non è il luogo della parola. Se l'albero non segna più la sede del mana, per cui la parola poteva al limite, indicando l'albero, rinviare a qualcosa che era l'albero e al contempo era altro, allora ora avremo bisogno di una perifrasi, di un altro modo per indicare l'albero come sede del mana, quando invece l'albero è subito sede del mano, è immediatamente, e in quanto albero, altro da sé. Da qui, l'impossibilità della parola di cui sopra, da cui deriva, a sua volta, una sostanziale necessità di essere rinviati, nel più profondo mutismo, a quell'epoca in cui, effettivamente, la parola «albero» indicava sia l'arbusto che la sede del mana: è l'epoca in cui la figurazione era tutt'altro che raffigurativa, in cui le pitture (rupestri) erano tracce, segni di un passaggio, testimoni di un'assenza che le pitture stesse mantenevano in tutta la sua più vibrante presenza. Ed è questa, di fatto, la zona d'irriducibilità in cui si svolge Xenakis [a]live!, ed è per questo - soprattutto - che il visivo non può darsi senza la musica: il visivo è nella caverna, una pittura rupestre, ma questo visivo non è tale se non quanto si dà in una condizione di possibilità che è altro da sé (banalmente, il disegno, come visivo, non può darsi se non alla luce, nella luce, e questa luce è altro dal visivo), e questo altro da sé, ora, altro non è che la musica di Iannis Xenakis, che veramente squarcia il velo e permette al visivo di essere (visivo). Tutto, allora, perde l'aurea di materialità cui solitamente siamo abituati per assumere una potenza energica, i connotati di una forza che eccedono l'immagine e il suono stessi per creare qualcosa che è semplicemente al di là del visivo in quanto tale e del suono in quanto tale ma si dà nell'irriducibilità di questi. Primordi, si dirà, e in effetti non può che essere così: in fondo, la scongiura di una frammentazione del visivo e del sonoro è pari alla scongiura dello Stato qual era in atto nelle società di cui parlava Clastres.

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