Trying to kiss the moon




Di fronte ad una pagina bianca, mentre si sta cercando di scrivere qualcosa su un film - anzi, non un film, ma questo film, un unico nel suo genere - non si sa bene da dove iniziare, perché qualsiasi cosa parrebbe voler togliere particolarità al film, a meno che lo scritto non sia altrettanto degno... ma sarà pur sempre qualcosa di diverso dal film (questo, in realtà, sempre, ma per questo film la cosa è particolarmente vera). Trying to kiss the moon (USA, 1994, 95') vuole descrivere una vita, la vita di Dwoskn, e Dwoskin stesso sa che questo è un compito infame: come riuscirci senza, inevitabilmente, ridurla? Non si può, e, tuttavia, Dwoskin sembrerebbe riuscirci: non solo perché attinge da fonti diverse ma perché queste sono uniche e insieme si armonizzano in modo tale che ognuna di esse mostri e sprigioni la propria forza. É importante far notare che ognuna di queste fonti (le riprese della famiglia Dwoskin - da quando il regista era piccolo -, i film di Dwoskin stesso - per esempio, Death and Devil (Germania Ovest, 1973, 94'), le riprese di e con Robert Kramer) è particolare e che, sì, hanno qualcosa in comune - Dwoskin stesso - ma sono difficili da mettere insieme e solo una certa sensibilità può riuscire a farlo in modo da mantenere la loro unicità, armonizzandosi perché, in fondo, fanno parte dello stesso universo: una vita, la stessa vita vista da un terzo, e la vita riprodotta da questo, non sono solo punti di vista differenti su una stessa cosa ma la composizione stessa della vita, ovvero, questa vita, insieme agli altri, e ciò che può fare, ciò che può produrre... Inoltre, non è solo un mettersi a nudo, non è tanto coraggio - o meglio, non solo - quello che Dwoskin dimostra mettendosi in gioco e facendoci vedere, per esempio, la sua malattia, il suo interesse per le donne, la famiglia, ecc., ma è un approccio al cinema che prende la particolarità della sua vita - e di nuovo usiamo una negazione per spiegare meglio il discorso -, non per farci immedesimare ma, mostrandosi per mostrarsi, abbiamo la sensazione di essere di fronte a qualcosa di irriducibile, che va oltre al particolare di una vita per cogliere quell'irriducibile che è la potenza di una vita, di un corpo. Ecco che Dwoskin prova a raggiungere l'indicibile e, in questo tentativo, ci riesce ma non solo: si assiste anche al tentativo di calibrarsi rispetto al cosmo per raggiungere una certa armoniosità con esso perché, in fondo, è sempre un continuo vivere la propria particolarità guardando in alto (non per ricercare la trascendenza, ma per, appunto, ricordarsi di essere un tutt'uno con il cosmo) e ciò avviene - per Dwoskin, ma anche per noi - attraverso il cinema: anche se c'è un assemblaggio di scene e, dunque, un certo ordine, assistiamo ad un moto di ribellione attraverso il film ed è proprio questo che crea scintille, l'irriducibile, il di più, tutto ciò che ti fa muovere, perché, nonostante tutto, ti muovi. Ed è questo che mostra - ed è - la potenza del film. 

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