Topophilia


Topophilia (USA, 2015, 62'), l'amore del luogo o forse, meglio, l'attrazione nei confronti del luogo, perché è davvero difficile, a proposito del film di Peter Bo Rappmund, parlare di una località definita, riterritorializzata in una macchina che potrebbe essere il film medesimo; piuttosto, si tratta di far emergere proprio quest'attrazione del luogo e non il luogo in sé, non il luogo come dato, da contemplare nella sua immediatezza ma il luogo come sistema ottico-attrattivo, quindi già costruito, strutturato, stratificato, sempre soggetto di uno sguardo e oggetto dello sguardo e mai - fino all'impossibilità - esclusivamente oggetto di una visione. Non è dunque il luogo dell'Alaska, quello fotografato da Peter Bo Rappmund, e l'immagine che ci viene restituita è subito è immediatamente mediata, al di là dell'opposizione natura/cultura; leitmotiv di questo studio filmico, infatti, l'oleodotto Trans-Alaska, il quale non si presenta mai in una fissità culturale che devasti i luoghi ameni per cui passa, anzi c'è come un intimo connubio tra natura e cultura, quasi un'impossibilità di definire il termine, la fine dell'una e l'inizio dell'altra, e questo non è dato esclusivamente dall'accoglienza strutturale della natura ma dall'occhio della macchina da presa, in grado di cogliere, dopo una prima parte persa a districarsi tra ferraglie iper-culturali che non lasciano poi tanto spazio all'estasi geometrica, il carattere panico, totale del paesaggio, di questo luogo che si dà appunto in tutta la sua integrità qualora la macchina da presa sappia farsi a sua volta luogo sì da restituire, nella sua pienezza, un'immagine-luogo che letteralmente accoglie l'integrità della prima località. Lo studio sul luogo si caratterizza allora per un qualcosa che ha del mitopoietico, poiché lungi dal concepire un film eminentemente descrittivo, un documentario sull'oleodotto, Peter Bo Rappmund, sulla scorta di James Benning, la cui cinematografia Rappmund incontra proprio in questo punto preciso, piuttosto che per l'estetica, si ritrova a costruire un film sul film, a dover immaginare, cioè rendere per immagini, l'immagine primordiale, l'unica che possa effettivamente e pienamente accogliere e restituire quella propriamente filmata, e cioè quella dell'oleodotto/Alaska; allora, il divario tra natura e cultura si cancella davvero, ma non si cancella più in un delirio ecologista né, tantomeno, in un immaginario banalmente estetico: si cancella perché nella località filmica l'immagine dell'oleodotto Trans-Alaska è spuria di differenze e differenziazioni, funziona cioè come macchinario o macchina, l'immagine filmica, e la grandezza di Rappmund sta nel concepire la totalità di questa macchina, che non ammette un fuori (il fuori-campo non esiste, l'immagine è a sé: il fuori-campo esisterebbe solo qualora si rapportasse l'immagine alla realtà della nostra visione a 360°, che non è più reale di quella cinematografica) e, soprattutto, funziona producendo. Cosa produce? L'immagine, appunto. Ma un'immagine che, lungi dal definirsi come immagine di un luogo, è invece un'immagine locale, e cioè veramente un'assenza. Certo, Rappmund filma l'oleodotto Trans-Alaska, ma ciò che ne consegue - l'emergere del possibile in Topophilia - è propriamente un'assenza la cui presenza è l'irriducibilità filmica, il luogo cinematografico che, scomparendo, fa apparire l'integrità dell'ambiente, del luogo in cui scorre l'oleodotto. E, per questo, inutile dirlo, non serve una fiducia smisurata nel cinema, che potrebbe rivelarsi in una disperazione, non è cioè ammessa una forza cinematografica che trascenda come un'ideale e a cui affidarsi, Rappmund non fa niente di tutto questo; piuttosto, Rappmund trova il cinema, e lo trova non in un ecologismo spicciolo ma nella materialità di un'ecosofia di matrice guattariana che non può non darsi se non concretamente, e cioè come fantasma. Fantasma del cinema la cui trasparenza rivela l'integrità di un luogo in cui la natura non si differenzia dalla cultura, perché la natura è la cultura e viceversa, così come il cinema è la presenza assente dell'immagine che restituisce. Ed è sempre perduto, perché ci precede sempre, ma è questa precedenza la nostra stessa condizione di possibilità, entro al quale c'inscriviamo.

6 commenti:

  1. Ho letto su facebook che viene da Locarno. È la prima volta che scorro il programma del festival, ma ho visto nomi terrificanti (Fuqua? Ma dai...), meno male che qualcosa di interessante c'è.
    Si nota molto l'influenza di Guattari nel testo, sai? Non ho potuto non sbirciare su anobii. Caosmosi è un libro molto importante per me - non ne ho assimilato i concetti (penso mi serva qualche rilettura), ma il suo stile si è imposto di prepotenza sulla mia scrittura. È stato bello trovarne le tracce anche qui. (Non ha molta attinenza col film, ma non ho resistito.)

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    1. Hai ragione. Curiosamente, peraltro, è stato proprio questo film a farmi venir voglia di riprendere in mano "Caosmosi", tant'è che mi son già programmato una rilettura per una domani. A ogni modo, il programma di Locarno è davvero vergognoso, e infatti l'ho pisciato senza pensarci due volte; certo, ci sono film come questo (ne ho un altro paio di cui scrivere) e Rivers, ma nel complesso davvero poca roba: film commerciali e i soliti nomi del cinema contemplativo che, onestamente, hanno rotto i coglioni. Questo "Topophilia", però, è davvero una di quelle visioni che reputo necessarie.

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    2. "È la sua funzione di rottura con le forme e le significazioni che percorrono trivialmente il campo sociale che conferisce all'arte la perennità dell'eclissi."
      Come si fa a non voler abbracciare questo libro? Va be', la smetto...
      Ho visto alcune immagini del film di Rivers: pare interessante - di suo ho visto solo Two years at sea e A spell to ward off the darkness (che però è in collaborazione con Russell...), ma ne ho ricordi bellissimi.
      Per Locarno, ho notato; però mi chiedo: ci sono alternative tra i festival? Io non ne so nulla, e probabilmente è roba che non mi posso neanche permettere, ma magari esistono realtà più piccole che non conosco.
      (Topophilia segnato, comunque - si aspetta.)

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    3. Sì, quel libro è mostruoso, tant'è che mi ha fatto rivalutare parecchio le dinamiche tra Deleuze e Guattari, nei lavori a quattro mani.
      Comunque, festival interessanti esistono e resistono: l'Alchemy, ad esempio, oppure il doclisboa, per citare quelli più rinomati, ma anche il VideoEX e altre realtà da cui davvero bisogna pescare a mani piene. A ogni modo, se non ricordo male siamo amici su Facebook, quindi se mi scrivi un messaggio privato ne discorriamo più approfonditamente, anche perché molti lavori di certi festival vengono poi messi in rete (c'è il 24-25.fr, ad esempio), quindi magari, se ti interessa, ti indirizzo meglio.

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  2. La prima parte è effettivamente "persa a districarsi tra ferraglie iper-culturali", e Rappmund sembra esserne perfettamente consapevole: uno stacco evidentissimo separa questi primi minuti dal resto. Poi è davvero un'estasi geometrica, come scrivi: le linee orizzontali - siano quelle dei corsi d'acqua, dei sentieri, dei tubi - si intersecano ortogonalmente e vanno a definire piani sempre diversi e, soprattutto, sempre aperti - piani abitati da una moltitudine di elementi verticali tra i quali, ancora, non esiste un confine marcato: le piante come le grandi macchine, la montagna come lo splendido finale. E non c'è nemmeno un dentro e un fuori a questi piani: la macchina da presa assume un punto di vista in quanto anch'essa partecipe, coinvolta - e lo stesso è successo a me, cioè di sentirmi uguale a quelle piante, a quelle torri; insomma: partecipe.

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    1. Hai ragione, l'apertura è fondamentale, me ne rendo conto solo leggendari, e mi spiace non averci pensato al momento della recensione. In effetti, credo sia proprio quell'apertura a fare dell'ambiente un sistema metastabile cui poter partecipare.

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