Three studies in geography


Three studies in geography (Inghilterra, 2011, 23') è un film di sottrazione e di differenza. Più vicino all'estetica di Peter Hutton piuttosto che a quella di James Benning, colla quale pure condivide un certo spazio, l'opera di Neil Henderson, che comprende tre differenti cortometraggi realizzati in un arco di tempo decennale, procede ad acquisire una sostanziale unità attraverso, appunto, la sottrazione e la differenza. Sottrazione statica, in primo luogo. Abbiamo infatti a che fare con tre differenti paesaggi: dapprima, uno studio sui canali d'irrigazione; poi, un molo formatosi naturalmente; infine, un cratere acquifero al centro di un'isola creata artificialmente. Ognuno di questi studi si dà in quanto sottrazione, tant'è che, al precedente, è come sottratto qualcosa che rispetto al successivo, o viceversa, ed è questa sottrazione fondante e fondamentale a creare il divenire, a muovere il film - dal fiume al molo e dal molo al cratere acquifero. Se, infatti, nella prima parte i canali d'irrigazione, filmanti con macchina fissa, procedono tutti - indefinitamente - verso un celo in cui, in effetti, sconfinano, d'altra parte abbiamo proprio alla fine della serie elementi di disturbo, come per esempio un albero o, più ancora, una diga, che letteralmente chiude la visuale, interrompe la visione; la necessità di andare oltre, di scavalcare quella diga, è allora affidata a un mutamento che solo superficialmente si potrebbe definire d'oggetto mentre, più specificamente, è giusto un cambiamento di prospettiva, e questo perché non è importante che, piuttosto che i canali d'irrigazione, venga ripresa un molo, una spiaggia, ma come questa sia effettivamente ripresa; nel primo studio, infatti, avevamo a che fare con una serie di inquadrature che, prendendo ad oggetto uno stesso elemento (i canali d'irrigazione, appunto), variava incessantemente località, canale e via dicendo: ora, invece, quel che muta è semplicemente il tempo, poiché la spiaggia, il molo naturale, è sempre lo stesso. Perché questo mutamento? Lo si capisce bene nel terzo studio, quello sul cratere acquifero al centro dell'isola artificiale, durante il quale ciò che muta è il punto di visione, che si pone, sì, sempre nella circonferenza descritta dal cratere acquifero, ma in punti diversi di essa. La geografia, allora, non diventa altro che un punto di vista, e gli studi a essa inerenti non possono darsi se non in quanto morfologie di uno sguardo che non trascende l'individuo - spettatore o autore che sia non è importante, in quanto si danno entrambi come testimoni - ma è il suo proprio trascendentale, ciò che l'immette nella geografia, la quale, appunto, non si dà se non alla luce di questo sguardo finalmente incarnato: e se ambedue gli elementi - geografia e sguardo - non possono non darsi che all'interno di un orizzonte cosmico circoscrivente (Nulla di nishidiana memoria?), ecco che questo spazio-contenitore, all'esterno del quale niente esiste perché nulla può darsi, è necessariamente il cinema.

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