Spirits in season


Se la magia di un luogo avesse una stagione privilegiata, questa sarebbe l'autunno: i colori e il senso di decadenza, una decadenza però che non rinvia alla morte come farebbe l'inverno ma, piuttosto, gioisce di un periodo di pace dopo l'estenuante corsa dell'estate - un periodo in cui ci si ricorda a cosa siamo soggetti come umani, per ridimensionarci e finalmente incontrare gli spiriti. È questo che tenta di mostrarci Stephen Broomer con il suo Spirits in season (Canada, 2013, 13'). Broomer mette insieme suoni ed immagini alternandoli, rispettivamente, a silenzi ed a sovrimpressioni, in modo tale che, grazie a questa alternanza, ci sia insieme movimento e sospensione (solitamente, nelle nostre riflessioni, parliamo spesso - in contrapposizione al movimento - di stasi, ma con Broomer crediamo si possa introdurre questa sfumatura del termine, perché più appropriata). Per spiriti solitamente si dovrebbe intendere una psiche senza corpo, un corpo che si presume sia stato abitato in precedenza e che ora si ritrova miseramente abbandonato... Se teniamo per buona questa specie di definizione molto generale di spirito, possiamo collegarla allo studio attraverso il suono e l'immagine che fa Broomer in questo cortometraggio: nell'alternanza, per esempio, tra una sovrimpressione e un'unica scena o, ugualmente, tra suono e silenzio, tenendo conto, però, che suono e immagine si intrecciano, noi abbiamo una specie di stato grazie al quale possiamo rimbalzare continuamente, in un ciclo, tra movimento e sospensione, tale per cui, quest'ultima, ci è data perché siamo in attesa perenne dell'immagine successiva: non sentiamo uno scorrere fluido, anche se il tempo e lo spazio del cinema lo porta inevitabilmente, per sua natura, bensì questo stato di attesa ci porta a continue immersioni ed emersioni... uno stato che sembra assomigliare, quindi, allo spiritico, che è non lo spirito ma il luogo, ed è proprio di quel luogo, ovvero, a uno stato di sospensione, una vita-di-mezzo, la quale non a caso si compie in autunno, una stagione che, banalmente, è vita piena di colore ma è anche l'anticipazione della morte, quindi psiche con un corpo che se ne sta andando - e al suo posto cosa lascia? Forse, macchie di colore, che ogni tanto compaiono sulla scena e che Broomer utilizza, probabilmente, come lascito di qualcosa che altrimenti, senza il supporto del cinema, un occhio come il nostro - per intenderci, da prete - farebbe fatica a vedere. Un cinema che rimane tuttavia immanente perché, in fondo, la magia di quel posto è un qualcosa non di creato a posteriori, ma intrinseco al posto stesso e che senza tanti perché - ma semplicemente grazie ad una serie di concause - si fa da sé, dandosi a noi che, grazie al cinema, possiamo vederlo nella totalità estasiante della sua bellezza.    

Nessun commento:

Posta un commento