Song of the Earth (Lieder der Erde)



Song of the Earth (Germania, 1979-2010, 459') è una di quelle opere cinematografiche veramente rare che, come Die Kinder von Golzow (Germania, 1961-2007, 2553'), ti vien da chiederti se la parola Cinema possa ancora contenerla. Composto da Song of the Earth, pt. I - At the edge of darkness (Germania, 1981-1986, 62'), Song of the Earth, pt. II - Another world (Germania, 1993-2004, 100'), Song of the Earth, pt. III - Abandoned; lost; lonely; cold (Germania, 1986-2004, 80'), Song of the, Earth, pt. IV - From the age of recklessness (Germania, 1994, 73'), Song of the Earth, pt. V - Grace, things (Germania, 1984-1986, '64) e Song of the Earth, appendix - Studies for the decay of the West (Germania, 1979-2010, 80'), la magnum opus di Klaus Wyborny è infatti Cinema a sé stante, nel senso che, data anche l'ampiezza e il grande respiro in cui essa s'instaura, riesce a darsi uno statuto proprio, non proprio sconvolgendo il cinema in quanto tale ma, piuttosto, creandosi una galassia a sé ed essendo questa galassia, coi propri elementi costitutivi, le sue leggi fisiche e via dicendo. A questo proposito, però, sarebbe ingiusto pensare a questo film come a un film riuscito data l'ampiezza e il grande respiro in cui s'instaura, e in effetti Klaus Wyborny riesce proprio laddove un Edgar Reitz non è riuscito; se, infatti, Reitz, nonostante la magniloquenza del suo Heimat (Germania, 1984-2013, 3386'), rimane ancorato a un regime filmico che si limita a scandire, non facendo di Heimat una galassia ma, piuttosto, una costellazione, Klaus Wyborny impiega tutto il minutaggio a sua disposizione, nonché il chilometraggio in cui si estende la pellicola, per fare di Song of the Earth qualcosa di autartico, che risponda solo a se stesso, il che è palese sin dall'organizzazione del materiale filmico, il quale appare del tutto disorganizzato o, meglio, disseminato, di modo che sia impossibile, effettivamente, riannodarlo in un'unica matassa. Del resto, l'oggetto stesso da cui prende le mosse Wyborny, la civilizzazione europea, si presenta in tutta la sua incontenibile magmaticità, tanto che non è inusuale, durante la visione di quest'opera, sentirsi - come dire - deturpati e dilaniati, e non è una questione d'aderenza tra forma filmica e oggetto filmico; si tratta, piuttosto, di una vera e propria anabasi, ma questa anabasi non perviene a nessuna sorta di intento documentaristico e, anzi, è come se si auto-ponesse e, auto-ponendosi, vedesse emergere ciò che potrebbe essere la conseguenza della civilizzazione europea. Allora, non è che il contenuto filmico sia preformato dalla forma. Anzi, è proprio la forma che perviene al contenuto, che anela alla materia. Ora, è proprio la forma che orienta l'opera di Wyborny, ed è questa, in ultima istanza, a dotarla di un proprio statuto ontologico, di una trama specifica: Wyborny, onde scegliere un oggetto, lavora sulla forma, e questa solo conseguentemente avrà un oggetto, ovverosia la civilizzazione europea, che è essa stessa sotto altra spoglia. Più specificamente, forma filmica e contenuto reale smettono d'avere senso come termini opposti e/o compenetrantesi, e al loro posto non rimane che un'unica linea informativa di cui la pentalogia Song of the Earth non è che l'espressione. Un'espressione, quindi, che vale per se stessa e in se stessa, ma non per un'autarchia di genere o qualcosa di simile; tutt'altro, se Song of the Earth vale di per sé, ciò è dovuto al fatto che non esiste un fuori rispetto a esso: il film di Wyborny è tutto. Cinema, realtà, colori, luce, disgregazione, aratri. Non è che tutto sia racchiuso in esso, ed è qui che Wyborny, discostandosi dai documentari più tipici, raggiunge altezze insperate: Song of the Earth è tutto non perché tutto sia racchiuso in esso, ma perché tutto non è che l'espansione di Song of the Earth, cioè tutto è espresso da esso. Ogni ente della realtà è un fotogramma, e questo fotogramma vale nel flusso filmico che Song of the Earth in ultima istanza è. La civilizzazione europea viene così a essere condanna e assoluzione, poiché, appunto, vale in quanto espressa da Wyborny, ma questo «in quanto espressa», onde privarla d'oggettualità, la priva piuttosto di un'assolutezza di matrice etnocentrica: la civilizzazione europea è Song of the Earth, ma lo è non come contenuto o come oggetto, bensì come punto di variazione o, meglio, per usare termini più specificamente cinematografici, punto di vista. Wyborny non sceglie la civilizzazione europea come qualcosa da indagare; piuttosto, la sceglie come punto di vista attraverso il quale osservare: osservare i colori, per esempio, che dal punto di vista della civilizzazione si saturano, od osservare anche i rumori, che, sempre dal punto di vista della civilizzazione europea, diventano una sinfonia che annulla i suoni reali. Non è che quella sinfonia soltanto esiste e sia reale o che i colori siano soltanto saturati: è che dal punto di vista della civilizzazione europea è così. Le cose si sformano, perdono concretezza, e quando diciamo che nell'opera di Wyborny c'è tutto non intendiamo che tutto sia portato a compimento; se c'è un tutto, esso è comunque parziale, perché parziale è il punto da cui si vede. Da opera totale, quindi, Song of the Earth diviene la totalità del frammento, del disperso, del disseminato. E non c'è più niente, al di là, perché è tutto di fronte a noi, davanti ai nostri occhi, ma questi occhi sono ciechi d'etnocentrismo, hanno scelto un particolare punto di vista (o ne sono stati scelti), e qualcosa sfugge, irrimediabilmente, pur presentandosi: il Cinema al di qua del film...

Nessun commento:

Posta un commento