Simulacri #19: Hotel Monterey



C'è qualcosa di autoriale, in Hotel Monterey (USA, 1972, 62'), e questo qualcosa non sappiamo precisamente da cosa derivi, ma di fatto è questa, la sensazione che proviamo; un bel film, comunque, su questo non dubitiamo, un film del periodo d'oro della Akerman, un periodo che prende forma grazie all'avvicinamento con la New American Cinema e da questo è evidentemente ispirato. Perché parliamo di Hotel Monterey? Altri film della Akerman sono considerati più rappresentativi, come Jeanne Dielman, 23, quai du Commerce, 1080 Bruxelles (Francia, 1975, 201'), nel quale la questione dello spazio e del tempo è ampiamente elaborata: abitiamo il medesimo luogo che non è mai lo stesso, e questo coinvolge - senza sorprenderci - sia la dimensione temporale - non riesco a ripetermi alla stessa ora del giorno dopo, anche se le cose da svolgere sono le medesime -, sia la dimensione spaziale - non solo, banalmente, non riusciamo a ripercorrere la medesima strada, ma il luogo stesso è mutato dal giorno prima, in un continuo cambiamento che coinvolge anche noi stessi (abitiamo e siamo abitati dal luogo). Con Hotel Monterey, di tre anni precedente, la Akerman svolgeva i primi passi verso queste riflessioni che, appunto, sono preliminari a Jeanne Dielman ma che, al contrario di quest'ultimo, non si avvalgono di una storia per essere elaborate: la videocamera esplora l'ambiente, a volte ripetutamente, e si sofferma su esso, suggerendo che ci sia qualcosa al di là dell'inquadratura ma senza mai mostrarcelo, appunto, suggerendolo. All'inizio ci siamo riferiti ad un qualcosa di autoriale che può emergere dalla visione del film, il che non voleva essere prettamente una critica, ma solo uno spunto di riflessione che ci permette di collegare questo film ad altri che, similmente, ci fanno vedere un ambiente e su questo si soffermano, senza immergerci una storia. Le inquadrature di Hotel Monterey mostrano tale hotel come lo esperisce la Akerman: la sistemazione della macchina da presa che avviene all'inizio, mentre sta eseguendo una panoramica orizzontale, la ripresa di una porta che si chiude, il sorriso di chi viene ripreso mentre la guarda, lo zoom ripetuto, avanti e indietro, e altre cose ancora: sono solo esempi, perché, in realtà, è il loro insieme a darci la sensazione che stiamo guardando attraverso gli occhi di un regista, che non possiamo staccarci dal suo sguardo, che diventa anche il nostro, come un qualcosa che è insieme estraneo e vicino. Studi sullo spazio, quindi, ma, soprattutto, sul suo modo di percepire lo spazio e, visto che di un film si tratta, sul suo tempo, un tempo che è il nostro nel presente in cui guardiamo il film ed insieme è il suo tempo nel suo passato, ma un tempo che, ricordiamocelo, viene scandito attraverso il montaggio, quindi, non è mai scorrevole, o meglio, il film scorre, ma è rimaneggiato (il punto, comunque, non può essere solo l'uso o meno del montaggio, ma ripeto, è tutto l'insieme). Un grande film, quindi, perché si mostra senza imporsi: percepiamo l'hotel attraverso la Akerman, che è il braccio ma anche la mente che ci guida attraverso i corridoi e le sale, ma senza sentire ciò come una costrizione, anzi, sentiamo la sua visione come se fosse una culla.. l'inizio, quindi, di qualcosa di grande, cioè l'inizio del cinema al di fuori di Hollywood.

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