Rhythms' trail


Rhythms' trail (Canada, 2011, 10') è forse il più classico, per non dire canonico, tra i film di Malena Szlam, e però è anche forse quello più affascinante e ineffabile, a metà strada tra l'impossibilità della forma di Bajo tu lámina de agujero profundo (Canada, 2010, 3') e il luogo del non-luogo di Morfología de un sueño (Canada, 2014, 5'): in esso, non si tratta banalmente di andare dall'attuale al virtuale, di scorgere le potenzialità che, attuate, formano il bosco, ma di riscoprire l'essenza stessa della luce, quindi di addentrarsi nella notte col rischio di venirne rapiti; c'è, infatti, una strana coreografia di colori e piante in Rhythms' trail, ma questa coreografia non si risolve in quei colori, in quelle piante, ma è come se le permeasse, tant'è che, infine, la canadese di origini cilene si ritrova a dover immagine una luce così forte che, se da una parte è certamente selenica, dall'altra non si confonde con quella lunare. Piuttosto, è come se le cose si aprissero, se la luna stessa, al suo zenit, dischiudesse se stessa, ma ciò che essa è altro non è che luce. Non si tratta, beninteso, di un etnocentrismo terrestre, per cui la luna vale per ciò che ne vediamo, e cioè per la luce; semmai, si tratta di posizionarsi su di un punto qualunque che annulli ogni punto di vista, e questo non può che essere fatto di notte, quando cioè, soggettivamente, tutto si rinchiude aprendosi al cosmo, quando il nero dell'universo più profondo è il medesimo di quello di quaggiù. Così, di accelerazione in accelerazione, l'organismo viene come smaterializzato, e ciò che al fondo di esso si ritrova non è altro che il Fondo stesso, comune a piante e animali, alla Terra e alla luna. Eppure, ciò che viene immaginato, l'immagine posta in Rhythms' trail, come suggerisce il titolo, non è un'immagine vuota per densità infinita, totalmente nera; anzi, l'immagine di Rhythms' trail è nitida, in essa si manifestano piante e colori, bagliori lunari e scheletri di alberi inchiodati al suolo ma tesi, come scheletrite mani di morto che affiorano da terre cimiteriali, al cielo, quasi per afferrare la luna o, meglio, il suo bagliore. Ciò, però, non è dovuto tanto al bagliore lunare. Il bagliore lunare, piuttosto, agisce come agiscono tutte le altre cose inquadrature, velocizzate, rapite dalla macchina da presa di Malena Szlam: si dischiudono... Semmai, se c'è una particolarità della luna (e del suo bagliore), essa sta nel fatto che, messa in filigrana rispetto alle sagome degli alberi, questi ultimi assumono davvero connotati intensivi, è cioè grazie al bagliore lunare, all'elemento selenico se noi, spettatori, possiamo carpire anche il dischiudersi di essi, ma questo dischiudersi non emana altro che ciò che emana la luna stessa, e cioè un qualcosa che solo parzialmente è possibile definire «bagliore»; si tratta, piuttosto, di una sorta di vettorialità rapitrice, una linea di fuga dal ramo dell'albero e dalla superficie lunare che fa del ramo e della luna nient'altro che un fantasma, un alone di materia. Ora, quest'alone di materia, se è senz'altro ciò che viene emanato, è anche ciò su cui - ecco l'originalità dell'opera di Malena Szlam - dobbiamo concentrarci per poter essere rapiti da esso: non è più, allora, una questione di cogliere quel bagliore, quell'intensità, ma di venirne risucchiati, di seguire il vettore non per la linea di fuga che deterritorializza l'intensità rispetto alla materia-ramo, alla materia-luna, bensì di seguirlo in quanto linea di fuga dalla nostra stessa materia (materia-soggetto, materia-spettatore). Piuttosto che fermarsi a contemplare il bagliore, infatti, Malena Szlam cerca - ed effettivamente le riesce - di andare laddove quel bagliore è scaturito, quindi, sì, di entrare nella notte, senza la quale il bagliore sarebbe impercettibile, ma di entrarci col solo intento di entrare in un anfratto ancora più cupo, dove le intensità proliferano e la luce è davvero accecante. Se la luna emette un bagliore, che, in quanto emesso da essa, deterritorializza intensità dal suo strato materiale, bisogna percorrere la strada inversa: aggrapparsi a quel bagliore e rientrare nello strato materiale, non fermarsi sulla superficie (né del bagliore, né dello strato lunare) ma addentrarsi o, meglio, addensarsi in essa. Così, si arriva a farsi densità, pura virtualità. E le sequenze finali di Rhythms' trail non mostrano altro che questo: un Fondo che è lo stesso ovunque, per la luna e per il ramo, per la Terra e il buco nero (che forse il Fondo sia esso stesso un buco nero?), ma un Fondo a cui ora apparteniamo, densità = ∞/1 che raggiungiamo non appena ci rendiamo conto che è sufficiente capovolgere la frazione per scoprire la nostra più intima essenza, ovverosia 1/∞. Allora, in questo Fondo, tutto ciò che cambia è il ritmo, tant'è che, se è pur vero che esiste un Fondo e uno soltanto, è altrettanto vero che un solo ritmo non potrà mai darsi; piuttosto, si danno ritmi, di cui quel Fondo è il «trail», il sentiero. 

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