Recollection


Un'immagine non vuota ma svuotata, che fa da cornice, quella di Recollection (Germania, 2015, 70'), e anzi il film di Kamal Aljafari non risulta ma è proprio quest'operazione di svuotamento, un'operazione che realizza l'opera senza in realtà risolversi in essa, quindi lasciando come l'amaro alla bocca, perché non c'è una reale conclusione di Recollection, anzi, piuttosto, Recollection non inizia né finisce, perché non si possono dare termini o forme al vuoto; e la forma è proprio ciò che il regista di base teutonica rifiuta, ma rifiuta in una maniera del tutto politica, poiché la forma, ora, non è altro che ciò che s'imprime sul corpo filmico, sulla materialità della sua immagine, che è cinematografica, organizzandola e riterritorializzandola: così, abbiamo i film di genere, e i generi sono tutti, dallo sperimentalismo all'azione americana, dal melodramma francese al documentario cinese. Seguendo questa linea interpretativa, Kamal Aljafari svuota l'immagine cinematografica, nel senso che egli prende i film di finzione, sia israeliani che americani, girati a Giaffa, e li svuota della loro finzione, del loro essere, in una certa maniera, cinematografici, e ciò che ne risulta è un vuoto filmico originario e originale, la cui assenza è ora finalmente piena, affermativa, presente. Non è l'assenza del personaggio che muoveva la storia e non è nemmeno l'assenza di un telos qualunque: è, semmai, l'assenza della forma, ovverosia l'informale, luogo su cui poi le forme s'organizzano, ma si tratta, ora, di recuperarlo, quell'informale, di ritornarci. Gesto impossibile, perché, checché se ne sia detto, l'uomo non può ritornare nelle caverne... già, ma può costruirne di nuove. Ha senso? In effetti, no, ma lungi dal ricercare un senso che sia definitivo, bisognerebbe, piuttosto, intravedere quale sia la linea del senso, dov'è circoscritta la sua logica, e la logica di Recollection non è affatto, checché se ne sia scritto, quella di recuperare un'originarietà, quasi che il passato potesse riemergere qualora lo si privasse delle scorie che lo tengono nascosto, perché quelle scorie, quei personaggi, hanno davvero battuto la terra di Giaffa, contaminandola ineluttabilmente e, di conseguenza, contaminando anche l'immagine che di Giaffa è stata non soltanto restituita ma anche, prima, ripresa. (Del resto, recuperare che passato? I miti archeologici della purezza di un passato sono piuttosto tenebrosi e inquietanti...) Allora, perché svuotare l'immagine se, il vuoto di quest'immagine, non potrà comunque essere un vuoto primordiale, veramente spurio di quelle scorie di cui sopra? Forse, davvero non si tratta di recuperare il passato ma di mostrare, invece, come il passato sia irrecuperabile, come non solo l'immagine si sia sostituita al passato ma anche e soprattutto come essa l'abbia mutato - retrospettivamente, sì, ma c'è un'assenza presente che legittima l'immagine cinematografica, ed è appunto quella del passato, della luce che, impressa sulla pellicola, rievoca, oggi, non tanto e non soltanto quel passato ma quel passato + la macchina da presa, che ha abitato quel luogo e quel momento. Allora, Recollection si trasforma in un atto di disperazione e d'accusa: è, propriamente parlando, la consapevolezza che non si potrà che essere inconsapevoli o, il che lo è stesso, consapevoli di qualcosa di finto, di spurio, immagine dell'immagine. Certo, l'operazione di Kamal Aljafari è davvero commovente, e fino all'ultimo credi di vederla, Giaffa, ma tutto ciò che alla fine si constata è un passato già vissuto, un'immagine che ha già una direzione, uno sguardo già angolato. Non la memoria, bensì un album fotografico di famiglia che vale come memoria collettiva. Inutile, a questo punto, stare a raccontarcela con discorsi del tipo che, la Storia, la scrivono sempre i vincitori, che, comunque vada, noi ci fondiamo su un passato già vissuto e interiorizzato ma non da noi e che tutto ciò che, infine, si può fare è svuotare massimamente l'immagine dall'immagine per osservare il vuoto, che è sempre meglio di una visione posticcia e fascisticheggiante. Inutile persino fare discorsi su come il cinema - e la televisione e la musica e la danza e l'arte in generale, così come i discorsi che vengono fatti in piazza, le riunioni al sindacato, la santa messa, i sit-in di fronte al Parlamento e, insomma, tutto ciò che concerne l'Immagine e ne è governato - sia infine arrivato a fondare, se non la realtà, quantomeno un sistema percettivo di essa, all'esterno del quale non può darsi alcuna realtà (almeno per noi), perché Kamal Aljafari non fa niente di tutto ciò: egli ci mostra l'ineluttabile, e l'ineluttabile è la costituzione di un presente non sul passato ma su una certa visione di esso, oppure il vuoto. E, in effetti, è così, e Recollection si mostra quale lucidissima operazione di sgomento e d'afasia... a patto, però, di considerare i film (di finzione!, appunto) su cui lavora Aljafari, perché questi film non saturano il cinema e, sebbene valgano collettivamente, ammettono comunque sguardi che li fendono, attratti da un altro cinema. Che r\esiste.

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