Poem



And just as
quietly
it was gone.
(Michael Snow, Poem)

Poem (Canada, 2015, 4') è fatto di quell'intimità che solo il cinema può sopportare. Ed è cosa piccola, Poem, talmente piccole da passare inosservata, come peraltro le particelle elementari di cui è costituito. Anzi, per certi versi potremmo dire che Poem è l'inosservanza stessa; eppure, non si tratta semplicemente di dare dignità al piccolo e al transeunte, a quel briciolo di quotidiano che c'è d'attorno e che, di fatto, ci costituisce: piuttosto, si tratta di vederlo, il quark quotidiano, e di vederlo per quello che è, quasi come un neutrino che ci trapassa senza interagire con la nostra materialità se non a livelli imperscrutabili, talmente intimi che crediamo non siano nemmeno più nostri. Seguendo questa direzione di lettura, si capisce bene come Poem esploda in tutta la sua magnificenza nel momento in cui il suo divenire-impercettibile è tutto ciò che infine permane, tant'è che non si tratta più di dare uno sguardo, di sbieco o di soppiatto, alla quotidianità di Browne ma di scorgere nella minuzia che la costituisce, nel transeunte che la permea qualcosa della nostra quotidianità e, di conseguenza, di noi stessi, della nostra più privata intimità. Ecco perché si diceva che Poem è fatto di quell'intimità che solo il cinema può sopportare, perché solo al cinema possiamo accettare di vederci così trasparenti, e ciò è dovuto al fatto che lo sguardo è solamente il nostro: considerato il fatto che, guardando Poem, abbiamo di fronte a noi, sullo schermo, nient'altro che la nostra quotidianità e non quella di Browne, allora bisogna ammettere che c'è una convergenza dello sguardo, senz'altro, ma che questa convergenza si rifletta o, meglio, si pieghi soltanto su ciò che lo sguardo può cogliere, e cioè l'immagine da cui esso scaturisce, la quale, appunto, non può che essere la propria, quella della propria intimità. Lo specchio della riflessione, dunque, sul quale appare, come evento, il volto di Browne dietro la videocamera, viene ad essere qualcosa di più che una semplice superficie riflettente: per la precisione, è la rifrazione in quanto tale, luce che abbaglia, acceca e permette, in quanto condizione di possibilità di ogni riflessione, di fare di quel fotone una luce che mi appartiene o, se si preferisce, un qualcosa che rischiari la natura eminentemente polifasica del mio essere, che è il divenire. Non è che semplicemente il passato mi appartenga e mi coesista. Di più, è grazie al passato di Browne che io posso riflettermi e darmi in tutta la mia presenza, ma quel passato, quello di Browne cioè, altro non è che il costituire un'immagine (cinematografica, ovviamente) che possa permettere tutto ciò, dentro la cui cornice io possa iscrivermi con tutto il mio vissuto e il mio avvenire, ritrovandomi quindi in una perdita quasi totale, per non dire essenziale, del mio essere, che si fa incongruo persino a se stesso, alla sua falsa staticità e a quante auto-posizioni potrebbe essersi finora dato: non è per scherzo né per metafora che diciamo che si esiste, e si esiste veramente, solo al cinema...

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