Pieghe #21: Universi incompossibili e morti prevedibili nelle macchine filmiche di Damon Mohl



Tutto è macchinico, nel cinema di Damon Mohl. L'universo è macchinico, l'astronave è macchinica, il sole che penetra dai rami in The anatomical universe (USA, 2014, 15') è macchinico, la sabbia è macchinica, anche l'astronauta è macchinico e, qualora non riesce a funzionare come ingranaggio, cosa che effettivamente accade in The dust machine (USA, 2011, 8'), muore: non è una questione di fallimento o di matrignità naturale, semplicemente tutto deve funzionare perché non può essere altrimenti, perché il non-funzionamento della macchina prevede anche l'impossibilità di immaginare la macchina, cioè di renderla per immagine, ma una macchina che non si dà come immagine non esiste, essendo al di là dell'immaginabile, che è, per l'appunto, l'orizzonte circoscrivente, macchina per antonomasia. L'epopea cosmica dell'astronauta palombaro in The diver (USA, 2013, 14') è indicativo di quest'assetto immaginativo. Infatti, ciò che ne risulta non è altro che un tentativo di funzionare come ingranaggio di una macchina più grande, in cui si tratta di cavalcare la paperella nella vasca da bagno, dominare un pianeta di porci, affrontare, anche solo in sogno, Moby Dick e via dicendo, di impresa in impresa, perché ciò che conta è, come per già gli stoici romani, conoscere il proprio posto nel cosmo, quindi funzionare come ingranaggio. Certo, Damon Mohl gioca con i pupazzetti, ma non lo fa nello studio dello psicanalista, dove al massimo la Klein può triangolarti in Edipo; piuttosto, egli gioca con i pupazzetti al cinema, ma giocare con i pupazzetti al cinema significa necessariamente aprire le porte del cosmo, come mostra il finale di The diver, dove per davvero s'arriva a una visione cosmica, visione che, però, altro non è che la generalizzazione della paperella, del Grande Leviatano e del pianeta dei porci, elementi, questi, di un'unica e univoca catena causale risalendo la quale soltanto è possibile recuperare la totalità cosmica dell'immagine in quanto tale, ovverosia della macchina. Non si tratta, comunque, di immaginare il cosmo come macchina, piuttosto di fare un'immagine del cosmo, immagine che non può, almeno nel suo funzionamento, non essere macchinica. In questo senso, The expedition (USA, 2015, 2') non presenta altro che questo medesimo movimento, solo incompiuto: un volto emerge sull'immagine e dall'immagine, saturandola e facendosi come un trascendentale che, installandosi su di essa, permette il suo farsi, un farsi che è fondamentalmente una collezione di oggetti che assume un senso solamente qualcosa lo sguardo riesca a coglierne un ordine, e cioè un funzionamento. Allora, non si tratta più di vedere l'oggetto in sé - la finestra, la mano, la casa - ma di cogliere l'oggetto come parte di un macchinario di cui non è che ingranaggio, ed è questa, in ultima istanza, la coscienza cosmica che deriva da ogni singolo cortometraggio di Damon Mohl. Altro esempio: Last day on Epsilon Eridani B (USA, 2012, 10'). Anche in questo caso, un astronauta, ma prima dell'astronauta, e non scollegato a esso e al suo tempo, il destino dei dinosauri: l'astronauta viaggia verso un pianeta e l'unica cosa che conta è ritrovare la chiave, che per un qualche motivo non viene trovata. L'astronauta è un estraneo, ma non al pianeta. È estraneo al suo tempo, che è cosmico. La sua morte deriva dal fatto di non aver saputo trovare la propria posizione dentro la macchina cosmica, la sua immagine diviene via via più annebbiata, fino a oscurarsi quasi del tutto. Più profondamente, quindi, si capisce bene come l'intenzione di Mohl non sia tanto quella di costruire macchine o di far morire i suoi astronauti. Se egli gioca con i pupazzetti, ci gioca per il semplice motivo che possono bastare. A cosa? A costruire un'immagine. Quest'immagine, tuttavia, non funziona come ingranaggio ma è macchina essa stessa: è, cioè, cosmo. Al di là di forgiare un'immagine-luogo, che sia ambiente per una certo numero di pupazzetti, come potrebbe sembrare, a uno sguardo distratto, per The forest (USA, 2013, 3'), Mohl arriva, attraverso i suoi pupazzetti e gli ingranaggi a essi connessi, ad aprire le porte del cosmo col semplice gesto di scoprire la vera essenza dell'immagine cinematografica, la quale, dunque, non è una semplice riduzione in scala del cosmo per un certo numero di pupazzetti, bensì è l'orizzonte circoscrivente all'interno del quale funziona il cosmo stesso in quanto macchina. Uno degli ultimi lavori dello statunitense illustra benissimo quanto accade; The mysterious disappearance of the town's last resident (USA, 2014, 5') si presenta infatti come The expedition, cioè quale collezione d'oggetti: una luce aliena, un letto, una chiesa, un angioletto, fili e tubi di macchine, un gatto sul tavolo e via dicendo... poi, all'improvviso, una navicella che spazia nel cosmo. Che senso ha? cosa ricollega la navicella al gatto e alla luce aliena? Niente di più di ciò che lo collega al letto o, più radicalmente, di ciò che collega la chiesa all'angioletto. Semplicemente, fanno tutti parti della stessa immagine ovvero del cosmo. Sono ingranaggi di un'unica e medesima macchina, che funziona cinematograficamente perché funziona cosmicamente (e viceversa). I pupazzetti, allora, non è che assumano vita propria, ma sono quanto di più vicino al determinismo spietato che l'animalità vorrebbe trasgredire ma non può, trovandosi anzi riflessa nell'oggettualità materica di una statua o, appunto, di un pupazzetto, cui Damon Mohl non dà vita ma riporta l'umano.

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