Palms


Con Palms (USA, 2015, 9') sembra che Mary Helena Clark voglia porre lo spettatore in una condizione di perenne rimando: suono ed immagine sono sempre incongruenti, il suono ci porta a pensare qualcosa che non ha riscontro con l'immagine filmica, tuttavia una qualche associazione c'è: come in Blow-up (Inghilterra, 1966, 111'), sento la palla mentre si scontra con il campo da tennis ma non la vedo, ciò che vedo è però la macchina da presa che segue il campo quasi ci fosse la palla. E similmente il pezzo di stoffa che vediamo muoversi ci rimanda, grazie al suono, ad una vela di una barca in mare. Cosa accade dunque? C'è uno spazio vuoto che lascia il cinema, questo cinema che non è solo il connubio tra suono e immagine, ma è anche ciò che non vediamo: come possiamo dire che non ci sia effettivamente quella palla da tennis? Essa c'è ma non la vediamo e, tuttavia, non possiamo dire di non vederla ma questo vedere non ha a che fare con la manifestazione della palla, bensì c'è un'appercezione di essa, e l'appercezione è qualcosa che sta prima del vedere, del manifesto. A Mary Helena Clark interessa questo rimando e continua a farlo in tutto il cortometraggio, collocando un canto mentre sfrecciano i fari di auto: certo, la voce proviene da una persona, ma ciò non ci interessa, perché la sensazione che ci rimanda il canto viene rafforzata dalla sensazione che fa scaturire la visione di quelle luci, che portano il canto, quindi, ad un'espressione più completa, formata, non solo, dall'addizione canto e luci ma dallo spazio vuoto di cui parlavamo sopra, quell'appercezione che crea il cinema. In ultima analisi, anche se poste all'inizio, le mani che si muovono: sentendo, ancora, il gioco del tennis, la nostra mente pensa alle mani nell'atto di afferrare la racchetta e tuttavia la Clark ci mostra delle mani non in tensione ma a riposo, provocando un corto circuito nella nostra mente. Ecco di nuovo l'incongruenza, che però fa scaturire una tensione, che non dobbiamo vedere come un continuum, i cui poli sono l'immagine ed il suono, bensì una tensione che va dallo schermo a noi e da noi allo schermo, di modo da sentire che l'incongruenza è in realtà la condizione di possibilità affinché si crei uno spazio comune, di modo da non sentirci divisi, schermo da una parte e noi dall'altra: la Clark riesce così ad annullare quei confini grazie al cinema, che fa emergere possibilità a cui di solito soprassediamo nella nostra quotidianità.


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