Other states


Ci voleva un lavoro del genere per scrostarmi di dosso l'ignavia e rimettermi a scrivere o, meglio, ci volevano i lavori di Paul Clipson, che da oggi saranno per me unico oggetto di discussione su questo blog, non tanto perché Clipson sia davvero ai vertici del cinema cosiddetto sperimentale contemporaneo, assieme a - per fare due nomi - Pierce e a Todd, (e lo è sul serio, sicché miseri saremmo stati a non dedicargli lo spazio qui dovuto), quanto perché in effetti la filmografia di Clipson apre a dimensioni che, senza di essa, rimangono inimmaginabili, e cioè senza immagini; in questo senso, già il titolo dell'opera in questione, Other states (USA, 2013, 8') rimanda all'idea di un'alterità che solo il cortometraggio stesso può effettivamente dischiudere nella dimensione onirica che gli è propria - ad esso, cioè nella sua unione così appassionata e intima di immagine e suono, curato da Jefre Cantu-Ledesma,. Diciamo «onirico» non in contrapposizione alla veglia, bensì di contro a quel particolare stato della veglia che, pur essendo determinato dall'onirico e determinante a sua volta l'onirico, esclude l'onirico e si dà proprio all'interno di quest'esclusione; al contrario, l'onirico, almeno così come qui lo intendiamo, è ciò che nasce nella veglia del corpo, è quel particolare stato di assopimento in cui solo una parte del corpo è immota, mentre l'altra continua coi propri processi: doppia inclusione in un territorio che è appunto quello di Other states, veglia e sonno lavorano assieme e si implicano vicendevolmente e consapevolmente nella dimensione dell'onirico, dalla quale scaturisce non tanto una materia quanto la sua massa, che in tal senso non ha confini né determinazioni né forme. È propriamente l'informale, e quest'informale è un campo informativo che accoglie, divenendo, la materia, la quale, allora, non la eccede ma è da essa ecceduta: non è la materia che eccede la propria massa ma la massa che eccede la materia, poiché la materia non risolve la massa ma si risolve in essa, e con ciò lascia uno scarto che la decentra, ed è proprio questo scarto ad accogliere (un')altra materia, che, in questo senso, aspira alla forma per difetto, per circoscrivere cioè un dettaglio della massa che andrà a definirla. Risulta chiaro, a questo punto, come del resto questa massa non sia altro che la sua propria energia, la quale dunque non deve e necessariamente non può confondersi con la materia: la materia è il pianeta, l'occhio, il viso; la massa è il cosmo, lo sguardo, la viseità*. E questo sguardo è lo sguardo di ognuno, la massa che incarna la materia del mio occhio e del tuo occhio, così come un pianeta non fa il cosmo ma il cosmo non può contemporaneamente farsi senza pianeti (carne di Merleau-Ponty). In questo, la sovrimpressione non agisce figurativamente ma informa(l)mente, cioè per via informale (al di là della forma) e informativa, è di per sé energica, e con ciò immanente alla massa che sullo schermo assume l'aspetto di un drappeggio luminoso, di un caosmo metropolitano, di un occhio sul quale compaiono titoli e di volti che sono sempre l'uno sull'altro. Non ci si fa da sé, è questo il punto: c'è sempre, nella posizione che occupo e che mi definisce, un raggio di luce, uno sguardo su di me, e questo sguardo, questa luce arriva da un altrove che, grazie a essi, io raggiungo, trapassandomi e oltrepassando una posizionalità assoggettante e schifosamente soggettiva, e sono questi, gli altri stati che emergono come possibilità dal cortometraggio di Paul Clipson: altri stati che sono in questo stato, il quale, a sua volta, è in quegli stati. Superamento continuo del sé e dell'immagine, che non è mai singola ma continuamente, repentinamente panica, cosmica. Ogni immagine è immagine del cosmo perché è il cosmo stesso, e non si tratta di catturare gli altri stati, ma di emanarli dallo stato presente per tramite della musica, che rinvia a un altrove, o delle sovrimpressioni, che riportano qui quell'altrove. Estasi dell'Uno che non può avere estasi senza schizofrenizzarsi e mostrarsi come maschera (e sotto quella maschera un'altra maschera, e così via, all'infinito e a vuoto, banalmente...), quindi estasi vera, reale nel momento in cui non c'è alcun Uno, ma un io-tu che sussiste solo in vece del carattere relazionale che stringe i due termine, non lasciandoli insistere all'infuori di sé. Per l'appunto, come si diceva, è la massa, ma questa massa è anche energia, e la velocità è quella della luce (massa come materia sparata alla velocità della luce, dunque energia infinita, e, quando l'energia è infinita, la massa stessa diventa infinita, perdendo il proprio centro o facendo di ogni luogo un centro relativo, anzi, meglio, decentrato: fisicamente impossibile, cinematograficamente essenziale): energia infinita, massa infinita. Massa accogliente l'infinito che si genera nel caos informativo che l'energia, viaggiando alla velocità della luce e deterritorializzando continuamente la massa, (in)forma come resto di sé (e della massa): ogni singola cosa è un'informazione cosmica, e questo è tutto (e altro ancora).


* Il viso di Deleuze e Guattari, non il Volto di Lévinas.

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