Obsolescenza programmata



È un intreccio di due discorsi, quello fatto da Morgan Menegazzo e da Mariachiara Pernisa con Obsolescenza programmata (Italia, 2015, 20'), il quale si compie con una semplicità di immagini che non può non riportare in superficie qualcosa di più profondo: un discorso esistenziale e uno più prettamente cinematografico. Il primo discorso si dispiega attraverso le immagini del cortometraggio, che ci mostrano ripetutamente foto di lapidi, alle quali, a dispetto sia di ciò che rappresentano (ovvero gente defunta), sia della loro stessa costituzione, che è per natura statica (la fotografia, infatti, non crea dinamicità), viene aggiunto movimento, un movimento che parte e permane grazie al sussurrio del suono e grazie alla luce che viene proiettata sulle cornici come un fascio che sembra irradiarsi dalle cornici stesse. A ciò si aggiunge un discorso che si avvale del contenuto delle scene per poter avere voce e da queste, infatti, prende forza, ovvero, un discorso sul cinema e cosa esso può: può dare vita al già morto. Questa vita che si scatena grazie alla videocamera, però, è per sua natura qualcos'altro, semplicemente perché quelle persone non torneranno mai in vita ma, appunto, non torneranno in questa vita e non in questo modo: una nuova vita, dunque, quella che ci mostra Obsolescenza programmata, e che ci pone di fronte ad una questione non solo esistenziale (cosa rimarrà di me dopo la mia morte?) ma anche cinematografica (cosa rimane delle tracce che lasciamo nel mondo?). Ecco che i problemi, che possiamo raffigurarceli come il nucleo di una cellula e che riguardano la rappresentazione di sé - la mia immagine in vita -, si allontano attraverso e per mezzo della videocamera, la quale, digitalizzando il concreto della lapide, le dà nuova forma e ci pone nuovi spazi, che sono quelli cinematografici. Il discorso cinematografico, quindi, non riguarda solo queste tracce, ma anche il loro mezzo d'espressione, che qui è la fotografia, una fotografia che Menegazzo e Pernisa non sembrano accettare come sufficiente, ed è questo il punto fondamentale: la loro non è una preoccupazione piccolo-borghese sul tentativo di creare qualcosa che rimane oltre la morte di queste persone (difatti non sappiamo chi siano: i nomi scompaiono e rimane solo la loro foto), non tentano di riscattarle, ma ci sembra, invece, che ci mostrino cosa può fare la videocamera, cosa può fare in più. Dal particolare delle loro esistenze al generale del discorso cinematografico, dunque, ma non è tutto: è anche dal generale al particolare, perché siamo sempre ancorati alla nostra piccola esistenza. Un intreccio di discorsi, quindi, che ovviamente non hanno limiti fissi ma siamo noi che, per semplicità, li evidenziamo distinguendoli. Ciò che ci rimane di questo cortometraggio, alla fine, è la sensazione di aver assistito ad una (s)veglia che, grazie alla videocamera, ci porta davanti a quell'irriducibile che è la vita stessa, al suo carattere non rappresentativo e che, in maniera diversa dai lavori di cui avevamo parlato qui sul blog (Iconostasi (Italia, 2015, 15') e Rothkonite (Italia, 2015, 2')), Menegazzo e Pernisa ci permettono di cogliere ancora una volta.

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