Morphology of a dream (Morfología de un sueño)


Se Bajo tu lámina de agujero profundo (Canada, 2010, 3'), nella sua intrinseca impossibilità di recuperare la forma, visualizzava uno Spatium piuttosto che un'Extensio, una sorta di territorio finito ma illimitato essenzialmente accogliente, dunque impossibile da colonizzare, Morfología de un sueño (Canada, 2014, 5') si caratterizza invece per un'altra forma di impossibilità, per certi versi più originaria e terribile, o forse malinconica, un'impossibilità cioè di visualizzare uno spazio effettivo, il che non significa che non ci sia alcuna visualizzazione quanto, piuttosto, che la visualizzazione stessa sia come differita dal cortometraggio, venga insomma dopo, poiché in esso non permane altro che l'immagine di un farsi, farsi che è il farsi stesso dell'immagine, da cui l'impossibilità di visualizzare un qualcosa di concreto, di attuale, di definito, se non addirittura di definitivo; Malena Szlam, infatti, scopre con Morfología de un sueño tutta un'area recondita che è senz'altro definita ma proprio nel suo non essere affatto definita, nell'avere i contorni sfumati, i colori sparsi in campi che eterogenei, nell'aborrire la stasi, che pure è presente e, però, in maniera del tutto priva di fotogrammaticità, quasi - piuttosto - come una fotografia in attesa di scorgere quel che Barthes definiva il filmico e che è, appunto, l'essenza stessa del cortometraggio della cilena: il filmico, ovverosia quella zona irriducibile al film, che il film non può cogliere pena il proprio annientamento, ed è il filmico, ciò che in ultima istanza emerge da quest'opera sensazionale e insieme coraggiosissima. In questo senso non sarebbe azzardato congiungere l'istante in cui si compie Morfología de un sueño non tanto coll'istante del Big Bang quanto con l'istante che l'ha preceduto, e vedere nell'istante, sulla scorta di Deleuze*, nient'altro che una tendenza, dunque qualcosa che si dà esclusivamente in proiezione del futuro, il che non significa che il presente non esista ma che esso non possa non darsi come ciò che dischiude il futuro - fuoco artificiale che è soltanto nel botto, il quale lo disintegra per aprirlo nella sua più pura virtualità, che è quella della luminosità abbagliante che resta in cielo**. Così, Morfología de un sueño non si palesa nella sua attualità, essendo la sua attualità sconvolta dal divenire stesso che esso è; piuttosto, il corto palesa questa sorta di disgregazione dell'affitto che un film deve pagare all'universale Cinema per potersi dare: un affitto non pagato, perché è il film che costituisce il cinema. È dunque un atto effrattivo, d'occupazione, quello che tiene in piedi Morfología de un sueño e, al contempo, lo nega, ma l'aspetto sorprendente è, appunto, che la negazione non avviene per mano della polizia bensì grazie al film stesso. La Szlam è molto chiara su questo punto: non si tratta di derivare un sogno dal reale, ma di stendere una morfologia del sogno, che, in quanto tale, farà derivare il reale da sé. Morfologia che diviene morfogenesi, e morfogenesi del e dal caos. Caosmo. La Szlam è molto chiara su questo punto: non si tratta di derivare un sogno dal reale, ma di stendere una morfologia del sogno, che, in quanto tale, farà derivare il reale da sé. Morfologia che diviene morfogenesi, e morfogenesi del e dal caos. Caosmo. La notte che brilla, nelle sequenze finali del cortometraggio, è la notte in cui si compie il sogno ma è anche, al tempo stesso, la notte sognata, sicché è impossibile separare i due elementi (e sarebbe anche inutile); ciò che è possibile ed edificante fare, invece, è cogliere l'irriducibilità del processo di veglia (la morfologia, appunto) su quello onirico, di modo che uno non possa darsi senza l'altro, che l'uno trapassi l'altro. Continuamente, indefinitamente. Ed è proprio da questa indefinitezza definitiva che emerge Morfología de un sueño, i cui contorni sfumati, i colori sparsi in campi eterogenei e via dicendo deriva proprio da questo repentino trapanamento, dall'irriducibilità di sonno e veglia: di più, perché non solo ne deriva ma fa anche deriva questa irriducibilità da sé. Certo, una volta svanita quest'irriducibilità avremo il cinema, ma il punto è non darsi al cinema, e non è un caso che Malena Szlam non parta da Morfología de un sueño ma arrivi ad esso. Eppure, è proprio grazie a Morfología de un sueño che è possibile costituire un almanacco lunare***, che è possibile cogliere l'impossibilità di una forma e via dicendo. Perché, dunque, soltanto dopo si situa Morfología de un sueño? Perché, appunto, Morfología de un sueño non può darsi, non è dato. Bisogna risalire l'intera catena causale cinematografica per poter immaginare, cioè rendere per immagini, qualcosa come Morfología de un sueño, tant'è che si sarebbe tentati di definire quest'opera non soltanto come un esito necessario del percorso della Szlam ma anche e soprattutto come sua condizione di possibilità, come istantaneo e fugace afferramento di un divenire che trapassa ogni sua opera, che è in ogni sua opera e che ogni sua opera manifesta - e che, però, non si lascia effettivamente afferrare, questo divenire: ecco, il paradosso su cui si fonda Morfología de un sueño, divenire che è, nei confronti del cortometraggio, assieme Dio e Madonna, cioè facitore e disfatrice (e, però, l'uno non si dà senza l'altra, e viceversa).


* cfr. La piega. Leibniz e il barocco.
** Esemplare, a questo proposito, ci pare l'altro cortometraggio di Malena Szlam, e cioè Anagrams of light (Canada, 2011, 3').
*** Ci riferiamo, ovviamente, al bellissimo Lunar almanac (Canada, 2013, 3').

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