Funes el Memorioso


Lento, breve, intenso: sembrerebbero queste le caratteristiche affinché un evento rimanga in memoria, e sono proprio queste caratteristiche che ritroviamo in questo cortometraggio di Margaret Rorison, Funes el Memorioso (USA, 2014, 2'). Prima di quel magnifico film che è One document for hope (USA, 2015, 7'), dunque, la Rorison si esprimeva attraverso Funes el Memorioso, ed è un cortometraggio necessario affinché ci sia One document for hope, la cui forza resistente non è semplicemente quella di chi si trova, come si suol dire, nel luogo giusto al momento giusto, ma quella di chi tende alla resistenza quotidianamente… Un lento movimento di camera, uno sguardo all'orizzonte e un sorriso beato, che ci fa sentire in pace: sembrerebbe tutto qui il film, e di fatti lo è, tuttavia non può essere solo questo, perché il terreno su cui si basa il cortometraggio e da cui prolifera il tutto è un altro, ovvero, si sta parlando di mantenere vivo qualcosa, e questo qualcosa si incarna in Harry e Marg, i cui corpi sono ripresi dalla macchina da presa, ma restituiscono non la passiva decadenza della vecchiaia, bensì una vivifica forza che sembra gratitudine, gratitudine alla vita che si è aggrappata ai loro corpi per così tanto tempo, ma non solo. Alla Rorison, infatti, non basta riprendere, non basta conservare qualcosa: la trasposizione dal 16mm al 8 mm, che porta la pellicola ad essere diversa da se stessa sebbene congruente, opera una sorta di rivivificazione. Non è, dunque, un cortometraggio sulla vita - ciò non basterebbe a descriverlo - e neanche solo sul ricordare. Essendo l'evento passato e la persona non un'identico, l'evento rimane intatto ma il suo ricordo no, si trasforma inevitabilmente e noi siamo quasi costretti, per dare possibilità a questo evento di esistere ancora, a riprenderlo e dargli la possibilità di essere rivissuto, anche se ogni volta in modo nuovo ma, almeno, non sarà schiacciato da altri ricordi. Ecco, però, che la Rorison porta il discorso alla sua estrema conseguenza: perché non si tratta solo di riprendere qualcosa, ricordare non ci basta, bensì si tratta di riprende la sensazione di quel qualcosa, che va al di là delle immagini, che pure sono ciò su cui si fonda il film e tuttavia si sente la presenza, c'è quel di più, che può solo il cinema, e che è immanente all'immagine stessa e andando al di là di essa la fa mantenere radicata in essa, in una specie di ritorno all'immagine, che le dà continuamente forza. Non solo l'immagine cinematografica è presente nel cortometraggio ma anche ciò che c'è al di fuori dello schermo: lo sguardo di Harry fa parte di quel di più che può il cinema ma anche di quella sensazione del ricordo a cui, indefinitamente, partecipiamo guardando il film.



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