Constellations

Se accettiamo l'affermazione di Lewin, ovvero, che «ogni insieme è qualcosa di più della semplice somma delle sue parti», allora Constellations (USA, 2006, 7') di Paul Clipson può rappresentare al meglio tale proposizione. Certo, potremmo passare i sette minuti di questo cortometraggio indicando ciò che appare sullo schermo, come «luci di città», oppure «foglia», e via dicendo, ma ci focalizzeremo solo sui particolari, perdendo il film nel suo insieme. È vero che questi elementi sono presenti sullo schermo, tuttavia possiamo percepire il dato, cosiddetto reale, ma questo - oltre che a sfuggirci, a tratti - si armonizza in un tutt'uno, che è il film stesso. Ma chi opera quest'armonizzazione? Possiamo dire, senza esagerare, noi. È davvero difficile non focalizzarsi sui dettagli e non cercare di identificare cosa si sta guardando, soprattutto in film del genere dove si utilizzano, sì, le foglie, ad esempio, ma si richiede un certo sforzo nel vedere l'insieme generale, che è, appunto, non solo somma delle scene ma qualcosa di più. In un cosiddetto film sperimentale, quello che abbiamo volgarmente chiamato sopra dato reale, ha lo stesso ruolo, per prendere un esempio a caso, dei dati (o vicende di vita personali, nell'esempio qui di seguito) presenti in Walden: diaries, notes, and sketches, ovvero, creare un flusso (che non ha un fine particolare, dunque, e ci fa capire, ancora una volta, come parlare di film sperimentale sia solo una delle tante etichette, che, per loro essenza, hanno il tempo che trovano). Questo flusso lascia nello spettatore un qualcosa, un residuo... ma questo solo a patto di essere disposti a lasciarsi trasportare dalla visione, il che richiede, per alcuni, un certo sforzo. Parliamo di sforzo, ma non intendiamo con questo dire che la visione di tali film non possa essere qualcosa di spontaneo, anzi: Paul Clipson è proprio bravo in questo, a creare un flusso, un movimento che, come diceva Valéry a proposito della danza, è senza meta, ed è proprio questo movimento senza meta che si scorge alla fine del cortometraggio in modo forte, ma, in realtà, lungo tutto il film. È proprio con questi movimenti - movimenti in cui non riusciamo più a definire cosa si sta riprendendo -, che ci affranchiamo dalla logica della denominazione, del «che cosa», per passare al «come»: dalle cosiddette costellazioni, che esistono per volere dell'uomo che le ha così organizzate, al perdersi indefinito che lascia lo spettatore di fronte alla consapevolezza di aver assistito ad un qualcosa di cui ha solamente intuito la natura, ma ciò gli basta... Tutto il resto viene dopo e a noi non interessa, sono organizzazioni che portano alla staticità: quello che ci interessa è quel di più che può dare il cinema, quello che Clipson offre a noi affinché, da soli e non senza sforzo, possiamo liberarci dalle costrizioni di certo cinema e venire così trasportati dalla danza che muove il film.  




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