Beneath your skin of deep hollow (Bajo tu lámina de agujero profundo)


Bajo tu lámina de agujero profundo (Canada, 2010, 3') è una superficie sulla quale la luce si rifrange, e questa superficie (lo schermo cinematografico dopo, il super8 prima) è per definizione un nero, dal quale la luce non emerge ma che è invece come un'istanza che rischiara, anzi propriamente che dà la luce e senza la quale, dunque, la luce non sarebbe; non si tratta, in questo senso, di topografare lo schermo, piuttosto di essere testimoni di ciò che su di esso accade: lo schermo, allora, assume connotati indefiniti, diventa una funzione anonima che prende valore nel momento in cui la luce viene compresa come un'unità aritmetica carica di una potenza non assoluta ma relativa, che non sussisterebbe cioè senza l'oscurità essenziale dello schermo cinematografico. È per questo, dunque, che la luce, in certi momenti, arriva ad annullare tutto, perché non è dotata di una carica effettiva, predeterminata, che il nero potrebbe in qualche maniera presupporre e contenere, bensì di una carica relativa e transeunte che, ad un certo punto, fa della luce una nebulosa bianca, accecante, che annulla il nero per farsi essa stessa schermo, oscurità bianca, e su questa rinnovata oscurità insiste comunque qualcosa, una lamina azzurrognola, quasi un fuoco puro o la purità stessa della fiamma. Divenire inarrestabile, l'aritmia fotonica non si risolve comunque mai in un'euritmia tonale, ed è questo, in ultima istanza, a cadenzare il divenire, a perpetuarlo, rendendogli impossibile una risoluzione, il fatto cioè che la luce si configuri sempre e comunque in maniera vettoriale, tracciando linee che, appunto, non topografano lo schermo ma è come se lo sperimentassero: sperimentano la sua consistenza, la sua realtà (e anche la sua irrealtà), la sua densità e via dicendo, fintantoché realtà/irrealtà, consistenza e densità dello schermo si ritrovano a essere proprietà in comune di luce e oscurità. Ed ecco, la scoperta entusiasmante di Malena Szlam: non si tratta di formare attraverso la luce una materia oscura, ma cesellare questa materia-forma (l'oscurità) di modo che essa contenga le forze (la luce) e rifaccia i rapporti, creando nuovi propulsori vettoriali, forze originali, la cui originalità è subito un'originarietà che compone nuovi rapporti, crea nuove forze... Quest'impossibilità di recuperare una forma, del resto, non può che intendere lo spazio come qualcosa d'accogliente piuttosto che come un territorio da colonizzare, ma questo qualcosa d'accogliente non è lo spazio nero dell'oscurità bensì lo spatium sempre nuovo e originario composto dalle forze, descritto e formato dai rapporti che intercorrono tra le forze, dalle variazioni aritmiche di luce. Che ne è, allora, dell'oscurità? uno spazio che accoglie lo spazio di secondo grado, quello realizzato e sempre disfatto dai rapporti di forze della luce? Affatto. Se c'è uno spazio, esso è uno, e l'oscurità non gioca un ruolo di sostrato bensì di non-sostrato, di sprofondamento: è l'oscurità a sprofondare le forze, a sprofondare la luce, ed è da questo sprofondamento che deriva l'impossibilità di una forma, di prendere cittadinanza nel territorio accogliente delle forze luminose. Ecco la scoperta di Malena Szlam, la sua sensibilità per l'invisibile: non è tanto un fatto che esso dia il visibile o lo determini quanto, piuttosto, che sia in ultima istanza esso a non permettere iconoclastie di alcun genere, a non permettere che una forza prenda il sopravvento, blocchi il divenire e trasformi lo spazio in qualcosa di statico, da accogliente a colonizzabile.

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