Another void



Il Godard di «Non è sangue, è rosso», ma anche quello che scomponeva l'essere umana, quello insomma che trovava già il cinema e l'essere umano organizzati, che ha fatto la sua fortuna nella cura posta non tanto nella disorganizzazione di cinema ed esseri umani ma nel ricondurre quest'organizzazione al suo nucleo, al sua forma più prossima e letargica; il cinema, in fondo, non è mai stato altro, e se Deleuze trovava in Godard, così come in Straub/Huillet, Welles e via dicendo registi con cui valeva la pena fare i conti finali, ciò è dovuto al fatto che per il filosofo francese il cinema esisteva organizzato e doveva - per farla breve - disorganizzarsi, perché la grande trovata di uno Straub, ad esempio, è stata quella di scoprire il cinema come coestensivo al reale, un reale, però, rigidamente organizzato. L'avanguardia americana, invece, muove da tutt'altro punto. Lo si è visto a proposito di Unconscious London Strata (USA, 1981, 22') di Brakhage, di Castro Street (USA, 1966, 10'), di Window (USA, 1964, 12'), di Walden: Diaries, notes, and sketches (USA, 1969, 180') eccetera eccetera, e lo si è ritrovato, più prossimamente a noi, in lavori come il Cove (USA, 2012, 7') di Robert Todd e il White ash (USA, 2014, 30') di Leighton Pierce: per gli americani, e per chi ha seguito la strada tracciata dal new american cinema, non si trattava di scoprire che il cinema sia coestensivo al reale ma, in maniera ben più radicale, di scoprire - sulla via pionieristicamente percorsa dall'Epstein de La tempestaire (Francia, 1947, 22') - le leggi d'irriducibilità di quel reale e di questo cinema, quasi che quest'ultimo fosse davvero (e in effetti lo è) condizione di possibilità del reale. A questo proposito, Another void (USA, 2012, 10') appare come uno dei lavori più interessanti e meglio costruiti, poiché è proprio in esso che Paul Clipson fa emergere quell'irriducibilità e, soprattutto, scopre come non possa esserci reale senza cinema (vedremo, con i lavori più recenti di Clipson, come in effetti non si dia nemmeno al di fuori del cinema, il reale). In effetti, cosa fa il cinema? Banalmente, si direbbe che esso faccia vedere. Ma non basta. Non soltanto fa vedere, esso convoglia anche lo sguardo. Il film, nel momento in cui si dà, è immediatamente un orizzonte circoscrivente - Inglobante deleuziano, Allon straussiano. Non si può vedere al di là del film, il che implica necessariamente che il film, prima che una visione, dia propriamente gli occhi per questa visione. Il cinema è uno sguardo, che si incarna nei singoli occhi dello spettatore: non è che c'è la luce perché abbiamo gli occhi, ma abbiamo gli occhi per vedere la luce. E la luce è propriamente il materiale filmico, quello che in Other states (USA, 2013, 8') Clipson caotizzerà per derivarne una morfogenesi oculare - caos luminoso/intensivo da cui deriva una genesi oculare/estensiva. Tra la luce e l'occhio, però, si dà appunto lo sguardo, e lo sguardo, nella sua più pura intensità, è proprio il centro di questo cortometraggio: non si vedono occhi, si sente il loro incarnarsi; le luci, che discendono, trapassano e formano/sformano gli sguardi attraverso esposizioni multiple e sovrimpressioni, non sono che parti intensive di un unico e solo sguardo che è il film stesso - immagine autoregistrantesi che si dà nel medesimo atto auto-registrativo. Seguendo questa linea, non si fatica, allora, ad accordarsi con esso: non è più una questione di gusto, di estetica, quella palesata da Clipson, poiché si è irrimediabilmente coinvolti in esso, e lo si è nella misura in cui - ecco il punto forte, la malinconia infinita di Another void - Another void manca di qualcosa, e cioè di se stesso, di quello sguardo che, pur dando, non può saturarlo, non può insomma aleggiare, farsi aleatorio, ma deve anzi incarnarsi negli occhi dello spettatore. Ora, quale spettatore? È un problema non da poco, perché, non appena lo si indica, lo spettatore, non appena lo sguardo diventa occhio, ecco che il film s'eclissa, ma non è ancora questo il punto. Il punto è che Another void faccia emergere uno sguardo e che questo sguardo debba necessariamente incarnarsi, pena l'aleatorietà di Another void stesso; tuttavia, quest'insufficienza di Another void è l'insufficienza stessa dello spettatore, che non ha occhi se non grazie allo sguardo - quello di Another void, appunto - che glieli incarna nelle orbite. Ed è questa insuffienza, quella dello spettatore cioè, ad eclissare la fine del film di Paul Clipson: se c'è un'insufficienza dello spettatore, ciò significa che non è possibile indicare uno spettatore, ma ogni volta si darà uno sguardo incarnantesi, uno Spirito del Cinema che s'avvicina a se stesso, sì, e però asintoticamente, di occhio in occhio, di spettatore in spettatore, in un circolo infinito che vedremo bene se - e, nel caso, quali - andrà a formare una qualche comunità.

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