Anagrams of Light



La dedica all'amica, che si evince dalla breve descrizione al film fatta dall'autrice, fa da colonna sonora e, appunto, si avvale di questa dedica per sottolineare ciò che caratterizza questo cortometraggio: il gioco, o meglio, gioco di luci e colori. Anagrams of light (Canada, 2011, 3') è un cortometraggio che, molto semplicemente, mostra dei fuochi d'artificio, ed è proprio grazie a questa semplicità di immagini che ci accorgiamo come questi fuochi illuminino il paesaggio circostante ma anche come lo spersonalizzino, confondendolo, facendoci sembrare, ad esempio, che sia un edificio ad andare in fiamme, oppure, illuminano il paesaggio per farlo ripiombare nel buio. La luce, dunque, illumina il circostante, non se stessa, in quanto luce e non oggetto illuminato e, conseguentemente, ci sottrae alla visione. Ma è davvero buio quello che vediamo? Così non sembrerebbe perché, difatti, anche se c'è un momento in cui la schermata è nera, possiamo quasi intravedere qualcosa, solo che i nostri occhi, accecati dalla luce precedente, rendono il nero ancora più nero, ci desensibilizzano la vista, così da illuderci del buio che, di fatto, non esiste. Ma sono pure i fuochi stessi a spersonalizzarsi, a non sembrare più tali, anche se per poco tempo (ma comunque vale, altrimenti si creerebbe un primato in base alla durata che, per quanto riguarda i film, non ha senso: ciò che dura di più non vale maggiormente di ciò che dura meno): infatti, ad un certo punto, noi non riusciamo più a dire cosa stiamo vedendo, ovvero, sappiamo razionalmente che cosa ci sta mostrando, ma questi fuochi si confondono,  perdono i loro connotati propri dei fuochi d'artificio per farsi solo un'indefinita luce, un qualcosa che non sembra ancorato alla realtà, o meglio, si è sempre ancorati ad una realtà, ma questa può perdere la sua familiarità, la sua definizione comune - non più formato uomo (con una sua sicura definizione) ma luce e basta, indefinitezza e indefinizione, che pure sono propri dell'uomo ma non si confanno al realismo ingenuo che ci tiene ancorati all'abitudine del produrre e consumare. Anche in altri film della Szlam avveniva questa momentanea perdita delle coordinate, solo che in questo film il concetto è più velato... quasi a sottolineare (per riprendere l'inizio di questo scritto) il semplice giocare della regista con la videocamera che, negli ultimi secondi del cortometraggio, ci pone un ultimo gioco di luce: non più creato dall'uomo per l'uomo e il suo diletto, ma il gioco si fa natura che, grazie alla videocamera, si mostra prima stagliandosi nello sfondo - come sa chi ha studiato i principi di Wertheimer - e, successivamente e ripetutamente, fa confondere la luna con ciò che le sta attorno. La luna si confonde con lo sfondo, perché sono i suoi limiti stessi a confondersi grazie alla luce che immana la luna: ecco che possiamo vedere come lo sfondo sia tale solo perché noi organizziamo così il reale, ma tutto è sfondo, tutto è sullo stesso piano, un piano che, in questo caso, è anche quello cinematografico e che Malena Szlam ci porta a concepire, non tanto come mezzo per arrivare a qualcosa, ma piuttosto come un altro mezzo semplicemente per guardare.



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