Air cries, Empty water trilogy


Cindy was asleep under a maple tree
Rolled over and said to me
I dreamt of Air Cries
I turned over, we were lying on the the
dry cracked mud of a river bed
Empty Water
Puppies, Air Cries Only
They don't make a sound
My eyes on fire with nothing
to quell them
A piece of steel in the heart
Misery loves company

Una delle più cazzute esperienze che questo tipo cinema, detto dell'immanenza, può offrire, è senz'altro racchiusa nel capolavoro di Carl E. Brown, Air cries, "Empty water" trilogy (Canada, 1993-1997, 237'), composto da Misery loves company (Canada, 1993, 60'), The red thread (Canada, 1993, 60') e Le mistral, beautiful but terrible (Canada, 1997, 117'), e non si tratta tanto di alchimia, per quanto lo stesso Brown ebbe a dire, a proposito del suo trittico: «Ho lavorato nel cinema e fotografia per più di 25 anni. In questo periodo ho cercato - attraverso il mio viaggio - di perfezionare la mia alchimia/la mia arte/la mia vita. È nello spirito di un'esperienza, piuttosto che di un esperimento, che ho esaminato il mio lavoro nel corso di questi ultimi venticinque anni, compreso in momenti di distacco visivo durante i periodi di contatto emotivo. Queste immagini sono residui ossidati - fissati dalla luce e da elementi chimici - di organismi viventi. Nessuna espressione plastica può essere più di un residuo dell'esperienza. Eppure, quel residuo è il riconoscimento di una immagine che è in qualche modo sopravvissuta all'esperienza, rinviando così all'evento, come le ceneri di un oggetto consumato dalle fiamme. Quando ho iniziato a lavorare con il cinema e la fotografia in una maniera materialmente orientata, ho pensato che lavorando con la superficie - alterandola e influenzandola - avrei potuto abbandonare la mia identità, la mia personalità. La mia visione si è dunque accoppiata con la costituzione fisica del film creando una superficie organica; inoltre ho sentito che era un modo per creare un nuovo linguaggio visivo, per essere in grado di trasmettere i miei sentimenti e le emozioni più intime in un modo molto personale». Oppure, sì, si tratterà anche di alchimia, ma quella sta prima, e l'esperienza che più si avvicina a quella della visione di questo vertice cinematografico è, per cazzutaggine, parrebbe essere più vicina alla lettura di Paura e disgusto a Las Vegas, o qualcosa del genere. Il punto è che se più in là Brown andrà a destreggiarsi con pellicole ben più sofisticate, quali per esempio Blue Monet (Canada, 2006, 60'), qui si assiste ancora a quella genialità dell'eureka che è anche, al contempo, una sorta di banalità che dischiude la scoperta a tutti. Di che scoperta si tratta? In effetti, è difficile da dire. La saturazione dei colori ricorda per certi versi il Dan Browne di Memento mori (Canada, 2012, 28') o l' Esther Urlus di Deep red (Olanda, 2012, 7'), ma così non basta; del resto, se Air cries, "Empty water" trilogy ha (e davvero lo ha) del sciamanico, ciò a cui più s'avvicina è un romanzo di Castaneda, piuttosto che un film di Storm de Hircsh, come, ad esempio, Peyote queen (USA, 1965, 9'), e questo è senz'altro dovuto al fatto che l'apice cui la magnum opus di Brown si rivolge è, in primo luogo, l'ultima produzione di Brakhage, dunque quella che fa riferimento a brevi e potentissimi cortometraggi come Stellar (USA, 1993, 2'). E da qui l'alchimia, che non è quella dello Speculum (Scozia, 2014, 17') o, meglio, potrebbe anche esserlo alla base, poiché comunque si tratta di agire materialmente su una superficie, ma la direzione che l'opera di Brown prende è totalmente diversa rispetto a quella dischiusa nel film di Ashrowan, e ciò penso che sia dovuto a nient'altro che all'alchimia stessa, la quale, allora, non pretende che un veicolo (il regista, appunto) da trapassare per poter effettuarsi sulla pellicola, e cioè cinematograficamente. Ciò che ne risulta è un'opera compatta e autosufficiente, corpo di se stessa, in cui, per l'appunto, il corpo né emerge né viene emanato ma propriamente si crea nel tempo stesso in cui la lavorazione alchemica fa il suo corso. È dunque una materialità nuova, quella con cui abbiamo a che fare, impalpabile e al contempo concreta, una sorta di materia-energia efficace, nel senso che è produttrice di effetti: è, per intenderci, come l'elio rilevato dall'Hubble a quindici miliardi di anni luce di distanza, qualcosa che, pur non essendo propriamente l'origine, rinvia comunque al Big Bang. E a qualcosa di originario e originale siamo effettivamente rinviati, guardando Air cries, "Empty water" trilogy, ma l''originarietà di cui qui si tratta è immediatamente compresa in Air cries, "Empty water" trilogy, tant'è che, se c'è un differimento rispetto a essa, questo differimento non si dà nella pellicola ma sul corpo dello spettatore; allora, non si tratta più tanto di guardare Air cries, "Empty water" trilogy, bensì di esserne differiti così come ne sono differiti quei corpi: quei corpi che non sono corpi registrati e, quindi, lavorati alchemicamente ma sono veramente corpi alchemici, che si danno in quella saturazione, in quella frammentarietà, in quell'invisibilità visibile che è propria dell'anorganico di matrice artaudiana, e il punto è proprio questo, cioè non si tratta tanto di palesare un corpo senza organi, un corpo cioè prima dell'organizzazione organica, bensì di escludere immediatamente tale organizzazione. Quei corpi resteranno CsO, e resteranno tali in quanto non sono fatti che di se stessi, ovverosia di saturazioni, emulsione liquida eccetera eccetera, insomma di elementi che, per quanto eterogenei tra loro, non sono solo processi di modificazione del corpo o, più in generale, della pellicola ma sono la pellicola stessa nel suo statuto filmico, cioè nel suo essere evento e non eventualità. Si capisce bene, allora, l'importanza accordata da Brown alla percezione, a quel sentire che è contemporaneamente un sentire emotivo, visivo, tattile e via dicendo: non c'è da cercare un non-illustrativo al di là dell'illustrazione ma di impossibilitare l'avvento di una raffigurazione o, peggio ancora, di una rappresentazione (ed è qui che Brown riesce laddove altri registi, ad esempio Jürgen Reble, falliscono: Jürgen Reble, ad esempio, fallisce perché tratta l'alchimia non come un luogo ma come un processo atto a trasformare); piuttosto, Air cries, "Empty water" trilogy abolisce il dualismo non-illustrativo/illustrativo per rinvenire una zona (alchemica, ovviamente) che è propriamente una zona d'indiscernibilità. Ed è la sua zona, quella di Air cries, "Empty water". A cui tutto, bene o male, viene rinviato.

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