The seventh walk (Saatvin sair)


Tra i film più attesi e ricercati dello scorso anno, l'ultima opera del regista sperimentale indiano Amit Dutta, The seventh walk (India, 2014, 70'), è, forse, tra i tesori più preziosi per i quali è valsa la pena attendere così a lungo; l'opera di Dutta*, infatti, è il mistico naufragare di una sensibilità panica che non trova riparo che in se stessa, ovverosia ovunque: è una meditazione silenziosa, un lavoro sul tempo e lo spazio - e il ritrovamento o la creazione di essi - che lascia afasici e disperde. Disperde cosa? Innanzitutto la percezione di un qui statico e fisso, che in The seventh walk viene continuamente trasferito, se non propriamente differito, in un là che è un non ancora: le lente carrellate e le sinuose panoramiche di Dutta liberano gli spazi dai movimenti, cioè rendono lo spazio non tanto il luogo di un movimento bensì il movimento stesso, di modo che sia effettivamente percepibile, all'interno e sulla superficie di esso, uno spirito vitale che lo anima e lo dinamizza fino al punto che si potrebbe anche credere che non sia la macchina da presa a muoversi bensì l'albero, il sentiero, il nido. La figura del protagonista, un pittore del Kangra Valley, tale Paramjit Singh, è del resto l'inamovibile che si sposta sul posto, che, seduto sotto un arbusto, fa scivolare il tempo e con esso lo spazio attraverso una meditazione buddhistica che è la medesima che puoi dà letteralmente sfogo alle linee dei suoi dipinti; questi, infatti, sono intrisi di un dinamismo essenziale ed esiziale, che la maestria di Dutta riesce infine a coniugare con quello spirito della natura mediante sovrimpressioni che evocano l'idea di un solo e medesimo senso panico che permea natura e oggetto culturale, quasi che non ci fosse alcuna differenza tra questa e quello: e così è, in effetti, non c'è davvero alcuna differenza tra la natura e la cultura, e cioè non è dovuto al fatto che la cultura nasca naturalmente, per mezzo della posizione eretta, del libero uso delle mani e all'evoluzione del cervello per tramite della corticalizzazione quanto, piuttosto, per via di questo élan vital che trapassa tutte le cose, che è (in) tutte le cose, le quali, allora, altro non vengono a essere che i dati di un'informazione cosmica, cioè, appunto, lo spirito vitale di cui sopra. In questo senso, The seventh walk non presenta mai alcunché di trascendete; piuttosto, Dutta sembra interessato all'enfasi trascendentale mediante la quale questa Vita può essere resa intellegibile, se non addirittura sensibile, percepibile: è il volo della bambina nel finale, qualcosa che richiama alla mente il sorvolo di cui scriveva Merleau-Ponty**, sorvolo che altro non è se non il movimento stesso della scienza, la quale, pur additando il mondo dall'esterno, non può che richiamarsi a esso dall'interno. (È la stessa carne, la mia e quella del mondo, costituive l'una dell'altra.) E, difatti, rieccola, la bambina, dopo il volo immersa nel bosco, vista dall'alto da ciò che prima vedeva dall'alto, quindi dal bosco stesso, che non per metafora è costituito da essa in quanto costituente di essa, del suo essere parte dell'informazione che è la stessa del bosco. La macchina da presa, allora, viene davvero a essere qualcosa che, cinematograficamente, rende intellegibile e sensibile l'informazione perché, cinematograficamente, è essa stessa l'informazione: l'occhio di Dutta non è mai tale, ma è sempre uno sguardo, e questo sguardo è l'informazione, il trascendentale che, alla fine sovrimprime e ritrova l'unità di natura e cultura, di significante (il dipinto) e significato (la natura), tant'è che la distinzione - natura/cultura, ma anche significante/significato - perde di senso, crollando il regime segnico. 


* Dutta, qui, si avvale dello stesso direttore alla fotografia di Kramasha (India, 2007, 22'), tale Savita Singh, il cui genio, sebbene già perspicuo nel cortometraggio del 2007, è tra le cose che rende davvero importante questo lavoro (e perciò questa breve nota).
** cfr. Maurice Merleau-Ponty, Il visibile e l'invisibile.

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