Spectrography of a battle


Probabilmente questo Spectrography of a battle (Italia, 2013, 4') di Scacchioli e Core è stato fatto più per sperimentare con l'immagine, che per esistere come traguardo di un percorso, e questo lo diciamo semplicemente perché racchiude in quattro minuti quello che No more lonely nights (Italia, 2013, 20') ha già - e Miss Candace Hilligoss' flickering halo (Italia, 2011, 13') avrebbe poi - proposto dal punto di vista cinematografico, quindi in qualche modo riprende il passato e anticipa il futuro, un futuro in cui No more lonely nights, colla bellissima sequenza dello spezzarsi delle catene, renderà lampante e definitivo il discorso sulla frattura del/col cinema attualmente in atto; in questo senso, si potrebbe semplicemente pensare a Spectrography of a battle come ad una piccola perla cinematografica che insiste e sussiste e null'altro, e questo ci basta, ma ci basta proprio perché Spectrography of a battle è davvero un corto con i controcazzi, e il suo essere tale non solo ci è sufficiente ma anche e soprattutto necessario. A tal riguardo, il flusso di Spectrography of a battle potrebbe riguardare concetti quali "staccare la spina" o "rilassarsi", o quello di "farsi un trip", ma sarebbe un po' banalizzare il film e guardarlo non considerando, per esempio, il found footage che prima svuota e poi ridà vita all'immagine cinematografica; ecco che, allora, potremmo parlare di questo film come di una possibilità - possibilità di evadere anzitutto, di compiere un'evasione dalla quotidianità che non ha un fine al di fuori di se stessa, il che non è già un evadere per rilassarsi, ricaricarsi, ridere e via dicendo bensì un evadere per evadere, un evadere che dà da sé il proprio senso nell'atto stesso di porsi, senza teleologie né, tantomeno, teologie, ed è un'evasione, questa, che ci è appunto necessaria proprio perché è la forza motrice di un movimento che altrimenti, costretto dalle strutture che quotidianamente schiacciano & plasmano, fingendo il reale, perderebbe spinta, vitalità. Ma come ci si riesce a portarci a questa evasione? Col montaggio. Il quale spezza il normale flusso del tempo, riprendendo più volte ciò che è appena accaduto, collocandolo nel presente cinematografico della scena, che però, sempre nella stessa scena, viene ricollegato più volte a ciò che accadrà: si viene così a creare un nuovo movimento, che non è tanto la somma di passato, presente e futuro ma qualcosa di più; è un andare oltre, spingendo il tempo filmico oltre il tempo cronologico e scardinando quest'ultimo così da creare qualcosa che lo contempli e proietti in una dimensione che non è nemmeno più meramente temporale, il che crea, appunto e precisamente, un'evasione tale che - per riprendere ciò che ci dicono gli stessi Scacchioli e Core - sia illusoria all'interno del cinema come lo sono i sogni per la realtà... ma, in fondo, la realtà è formata anche da ciò che è onirico (si sogna sempre nel reale, su un letto materiale) e, anzi e di più, ciò che onirico contempla e implica il reale, trapassandolo, sicché non c'è una diversità ontologica di fondo: la fotografia non rimanda a un'altra realtà che sia estranea ed esterna ad essa ma è di per sé reale, a patto che la si smetta colla rappresentazione - e la grandiosità del corto sta proprio in ciò, nel portare l'evasione per l'evasione a incistare la nostra vita, così da darle qualcosa che, fondamentalmente, sia indispensabile al suo senso.


Nessun commento:

Posta un commento