Sailing a sinking sea


Sailing a sinking sea (Myanmar, 2015, 65') è qualcosa di più - e quindi anche di meno - rispetto a un documentario specificamente etnografico: è un tentativo dell'immagine di essere in se stessa e per se stessa la realtà dalla quale si direbbe emerga e che, invece, risolve pressoché interamente; non c'è dunque un al di là dell'immagine cinematografica posta dalla Wyatt, un riferimento che la prevarichi o la trascenda e, in effetti, nemmeno un dato che sia colto grazie a un'operazione trascendentale che, in tal senso, dovrebbe darsi interamente nell'immagine fin quasi a fare dell'immagine stessa questo trascendentale. Quel che c'è, piuttosto, è un'immagine marittima, acquea - non l'immagine di un mare, ma il mare stesso nel suo naufragare il navigare e, contemporaneamente, nel suo essere navigabile proprio per questo carattere di naufragio che è la condizione stessa della navigazione: è il mare dei Moken birmano-thailandesi, sopravvissuti allo tsunami del 2004 grazie ai sogni dei loro sciamani e a certe avvisaglie che si ritrovano dentro alle loro ancestrali narrazioni mitiche, ed ecco, dunque, la natura essenzialmente indiscernibile della popolazione e del mare, una natura che l'immagine di Sailing a sinking sea coglie appieno e, anzi, si fa proprio di questa meravigliosa indiscernibilità. Certo, con ciò si potrebbe ma non si dovrebbe essere portati a credere che la pellicola di Olivia Wyatt sia una sorta di percorso di civiltà all'indietro, quasi una rievocazione di ciò che l'Occidente abbia infine perduto, cosa che farebbe di Sailing a sinking sea un'opera sibillina e moralista; al contrario, Sailing a sinking sea è come se dimenticasse il proprio centro e si costituisse per continui decentramenti, saltando frattali e frattali e divenendo così ― continuamente altro: non un'alterità, però, e anzi è proprio qui che Olivia Wyatt gioca la sua partita: come continuare a divenire senza estraniarsi completamente, senza cioè svuotare totalmente l'immagine, facendone una pura e artefatta cornice o, peggio ancora, un'immagine dell'immagine di sé? Appunto, aderendo alla realtà che è sé, che è l'immagine filmica e nient'altro al di là di essa, in tal caso alla popolazione Moken. Ora, «Moken», etimologicamente, deriva da «Mo», che significa naufragare, e «Ken», che significa invece acqua, sicché i Moken sarebbero un popolo condannato al naufragio, ed è proprio quest'alterità radicale da se stessi, palesata collo tsunami del 2004, il primo, fondamentale e fondante decentramento, che il perenne divenire dell'immagine filmica non tenterà di riprodurre saltando da un frattale all'altro ma che sarà, anzi, la conditio sine qua non dell'immagine e, con ciò, dei suoi repentini salti, del suo divenire folle e incontrollato, del suo perenne farsi acquatica, essendo l'acqua l'elemento propriamente performativo, la lente anamorfica - cioè agente di un divenire, di una trasmutazione infinita - della natura: l'immagine diviene, muta, albeggia e si fa notturna, è a pelo d'acqua proprio perché non ha un punto d'ancoraggio - letteralmente, naufraga - e non ha un punto d'ancoraggio perché chi doveva naufragare ha navigato, ha surfato l'onda devastatrice dello tsunami e, avendo salva la vita, guarda ora la vita da un altrove da cui sembra non potersela più riappropriare. Così, i Moken. Che sono naufragati nella salvezza, la cui salvezza è il loro naufragio, perché con ciò si sono decentrati rispetto a loro stessi: letteralmente, si sono perduti. Più che calamità naturale, si dovrebbe ora parlare di necessità cosmica. Una necessità cosmica che, facendoli perdere a se stessi, li ha portati a non avere più nome, a non essere più nominabili, a sfuggire a qualsivoglia processo di nominazione (alterità radicale, divenire-impercettibile), dal che la necessità e la cosmicità dell'immagine cinematografica; il film della Wyatt è, infatti, l'unico modo d'esistenza degli allora-Moken, essi vivono in questa poiché questa non nomina, non determina ma, semplicemente, chiama. In questo senso Sailing a sinking sea è un film che è qualcosa di più e di meno rispetto a un documentario etnografico, poiché, laddove il cinema etnografico è solitamente all'accusativo o, al massimo, al nominativo, ora l'immagine filmica si dà al vocativo, la sua natura è eminentemente metaforica, ma questa metafora, lungi dal traslitterare qualcosa, è veramente il frattale, il salto propriamente detto, non il balzo e nemmeno la caduta, ma l'aleggiare del salto: essa non dice, può solamente chiamare, ma chiama qualcosa d'innominabile, che, brevemente, non si dà se non nella vocazione, nella chiamata, una chiamata insistente perché infinita, piena di vita, una vita che cesserebbe non appena qualcuno risponderebbe alla chiamata. Ma nessuno risponde, i Moken sono presenti solamente nella loro assenza, e l'immagine della Wyatt è quest'assenza. Metafora della visione e visione della metafora, Sailing a sinking sea letteralmente sprofonda stando a pelo d'acqua, quell'acqua sulla quale il naufragio surfa perché chi surfa naufraga... e quindi non si può che naufragare.

Sito ufficiale di Olivia Wyatt: http://oliviaowenswyatt.com

Nessun commento:

Posta un commento