Now


Dopo le ultime, (per usare un eufemismo) fallimentari prove registiche, la belga Chantal Akerman s'è ripresa, se non al meglio quantomeno alla meno peggio - e alla meno peggio è tornata non agli splendori dei Settanta ma in una veste più o meno nuova, almeno per la sua cinematografia: una videoinstallazione a cinque schermi, allineati a due a due e con un ultimo in fondo alla sala, dietro al quale si cela una sorta di ossario della speranza; e in ognuno di questi schermi, in loop, registrazioni di spazi desolati, sorvolati a rasoterra da un drone, probabilmente l'unica possibilità per spaziarli, quei territori, perché la desolazione che li caratterizza - e che in effetti ognuno di essi non rappresenta ma è - proviene dalla guerra, una guerra invisibile o almeno fuori-campo, di cui non resta che il suono. Del resto, com'è possibile restituire l'immagine della guerra? La guerra distrugge, e, qualora la si volesse restituire in immagine, l'immagine stessa dovrebbe deflagrare in una distruzione che, appunto, la toglierebbe di mezzo. Inoltre, la Akerman non sembra nemmeno interessata alla guerra o, meglio, ne è interessata, ma nei suoi effetti, qual è appunto la desolazione, ed è in questa desolazione che si apre Now (Belgio, 2015, ∞), un progetto filmico che, già nel suo carattere videoinstallativo, punta a uno scopo ben preciso, ovverosia quello della spazializzazione; al di là dello spazio, che può essere, appunto, quello della guerra, dell'Iraq o di che altro, la Akerman si concentra sulla possibilità, eminentemente cinematografica, di spazializzare lo spazio e, così facendo, di aprire una frattura spaziotemporale di modo che il cinema si faccia ambiente al contempo spaziale e temporale - continuamente spaziale e temporale. In questo senso, i cinque schermi, sulla superficie dei quali non sussiste un vero e proprio spazio ma un movimento su questo spazio, quindi un atto che amplia continuamente lo spazio, costituiscono un ambiente concreto, fisico, all'interno del quale muoversi, e muovendosi all'interno di questo ambiente essere spazializzati da esso, dal movimento intrinseco ai vari schermi, così come lo si spazializza camminando tra uno schermo e l'altro. Allora, il loop si trasforma in qualcosa di più che non un semplice mezzo riproduttivo: è l'essenza stessa dello spazio, che, spazializzandosi, si (con)fonde col tempo permutandolo in sé e permutandosi in esso... e più in là, e dunque adesso, dei suoni - di animali, di mitragliatrici - che permeano lo spazio nel quale non si trovano in via estensiva ma in cui in effetti sussistono e insistono intensivamente, ed è questo, a conti fatti, il tocco di classe dell'ultima opera di Chantal Akerman, il fatto cioè di scoprire che un non-qui sia immediatamente un adesso, che l'ora si risolva in un altrove, che spazio e tempo si permutano vicendevolmente trovando l'uno non la propria negazione nell'altro ma il polo positivo di una propria possibile negazione nell'altro. E non c'è mai fine.

Nessun commento:

Posta un commento