Most 72 - I am recording this for friends



Luogo comune riguardante il cinema è che esso sia un viaggio. Eppure, ogni film ci ricorda della - e afferma o reitera la - nostra immobilità: al cinema, ci ritroviamo davanti a uno schermo, fermi, molto spesso al buio, incapaci o impossibilitati di movimenti (esclusi - si spera - quelli oculari); e questo è il cardine, almeno principiale, del primo cortometraggio firmato dal collettivo The Markerists (Blue Un Sok Kim, Tobias Morgan e Anna Wittek), Most 72 - I am recording this for friends (Polonia, 2013, 11'), il quale è, appunto almeno nei fondamenti, un viaggio sul posto, un viaggio scaturito da una stasi fondante e fondamentale che è senso e, con ciò, movimento (o, meglio, divenire): la stasi diviene - e diviene stasi, ma una stasi diversa, più profonda perché derivante da un'immobilità antecedente che, di fatto, non può che rimarcare, pena, il non rimarcaggio di essa, il divenire qualcos'altro, il che sarebbe già una forma di movimento. Invece, la stasi diviene - e diviene stasi; è tutto un gioco di potenziali, quello che allora è in atto: da una prima stasi si passa a una stasi alla seconda, quindi a una stasi alla terza e poi alla quarta, alla quinta e via così. Il punto è: non muoversi. Far vibrare la stasi per espandere il luogo in cui è possibile rimanere fermi... o in cui si è costretti - a questa immobilità. Ci stiamo muovendo? Questa sembra essere la domanda cardinale che (non) muove Most 72 - I am recording this for friends. Ci stiamo muovendo? In effetti, qualcosa si muove. C'è una voce, e ci sono dei fotogrammi, quindi non delle fotografie, ma un movimento che sottende la stasi e una stasi che precede il movimento, palesandosi così come raison d'être di quest'ultimo. In effetti, non ci stiamo muovendo. Il cinema mostra qualcosa di già accaduto, facendolo vibrare nel futuro, ma senza con ciò cambiarlo. Ed è allarmante, destabilizzante e inquietante ritrovare proprio in Auschwitz il luogo del cinema, perché è quello, in fondo, l'archetipo post-moderno del cinema. Qualcosa che non si supera e non lo si supera proprio procedendo, avendo coscienza del fatto che, per quanto in là sia col tempo, esso permane. I The Markerists non giocano a fare di Auschwitz un oggetto cinematografico, ed è questa la forza del cortometraggio: c'è sempre qualcosa più in là, un bokeh che irradia ciò che è a fuoco e che è effettivamente ciò a cui l'oggetto a fuoco rimanda - un universo in espansione insomma, ma, come tale, un'immobilità sta al centro, e ciò che si espande altro non è che questa immobilità. Non si tratta di superare Auschwitz, di dare uno Stato agli ebrei, di fare di Auschwitz un film come hanno fatto in tanti, per esempio Spielberg; tutto ciò non può che mantenere Auschwitz nel presente, ma a mo' di monito, di teschio quale fra' Cristoforo lo mostrava a don Rodrigo, un memento. Invece, Auschwitz non è un memento, uno spauracchio, un museo a cielo aperto: Auschwitz-Birkenau è quella rotaia morta, un arrivo che non implica nessun viaggio e un viaggio che preclude qualsiasi arrivo. È il luogo del cinema, e il cinema non è un viaggio. È la stasi, e Auschwitz è il cinema proprio nel momento in cui non può essere altro che questo, e cioè una stasi, un punto nel quale ci si ritrova, una specie di ponte fatto non per far passare un messaggio ma per far arrivare laddove è impossibile arrivare con qualsiasi tipo di movimento, lì dove siamo tutti (amici perché eguali) - in Auschwitz, al cinema.

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