Les soviets plus l'électricité


Che ne è stata dell'ideologia? Non è questa, la domanda cui il capolavoro di Nicolas Rey, Les soviets plus l'électricité (Francia, 2001, 175'), perviene, e in effetti non sarebbe potuto pervenire a qualcosa di simile data la sua concretezza: alla base c'è un viaggio, una ricerca del tempo perduto, della strada battuta anni prima dal padre, sicché c'è davvero troppa carne, troppa umanità per poter sfondare nell'ideologia. Piuttosto la domanda è: che ne è stato del comunismo? che ne è stato cioè di quell'elettricità che, se addizionata ai soviet, per Lenin avrebbe fatto il comunismo? Avrebbe fatto, ma in effetti non è stato possibile farlo, e aveva Ferretti quando cantava che i soviet più l'elettricità non fanno il comunismo, «anche se è un dato di fatto», e l'opera di Rey pare correre su questa frattura, anzi propriamente emerge dalla faglia scaturita tra il fatto e il possibile, ovverosia in quei luoghi in cui l'elettrificazione non c'è stata o, il che è lo stesso, quegli ambienti in cui il potere dei soviet non ha attecchito. Questioni di metodo, potremmo dire, ma se un metodo è effettivamente presente, se sussiste realmente un metodo, allora il lungometraggio di Nicolas Rey non è tanto ciò che ne deriva, da questo metodo, bensì ciò che lo pone, e lo pone già in macchina: due tempi arrivano a convergere, in Les soviets plus l'électricité, ma sono due tempi, questi, impossibili, la cui convergenza non può che risolversi in una specie di aderenza speculare che, di fatto, annulla il tempo; in effetti, quello di Nicolas Rey è un metodo prima di tutto tecnico: ripercorrere le orme del padre, avviarsi verso la Siberia, quindi oltrepassare Berlino, varcare la soglia di un muro ormai inesistente, già abbattuto, significa doverlo fare cinematograficamente, il che implica innanzitutto l'utilizzo di pellicole scadute provenienti dal passato sovietico, ed è il primo passo, questo, verso la convergenza impossibile dei tempi; l'utilizzo delle pellicole appartenenti a un'epoca - ideologicamente e concretamente - destituita significa anzitutto portare la luce a inscriversi su una materialità bruta che è quella di un altro tempo, di modo che, con uno strano processo chimico, sia quel tempo ad essere rivitalizzato, sia quel tempo, quello conglomerato sulla celluloide, a rifarsi - ed è un tempo delle origini che, però, assume ora una nuova originalità e, soprattutto, una rinnovata originarietà: esso prima di tutto origina, e origina il tempo del presente, che è quello del viaggio. Ora, questo viaggio è fatto di voci, e sono voci che parlano da un altrove che è il medesimo da cui provenivano quelle che parlavano a Giovanna d'Arco, ovverosia voci appartenenti a un tempo che è già spaziale, ed è spaziale nel momento in cui è liminare (dunque non lo stesso) rispetto allo spazio nel quale si muove Rey. Ed ecco l'epocalità del film, il suo far propriamente epoca: Rey non solo inventa, crea, un viaggio, ma fondamentalmente fonda dei luoghi, e questi luoghi altro non sono che eterotopie foucaultiane poste essere etero-, per essere diverse, divergenti, distanti. Inattingibili. La voce di Rey, gli estratti di Lenin, la vittoria del liberalismo e quant'altro appartengono a luoghi che si differenziano tra loro e sono in quanto tra loro differenti, distanti, divergenti appunto: l'immagine non sarà mai catturata dalla voce, sebbene quella voce emerga dallo spazio che l'immagine registra. Doppia registrazione, quindi, o, il che è lo stesso, duplice emersione: dal campo di forza sovietico, le traiettorie di alcune forze sfondano i limiti di quel campo per andare a colonizzarne un altro, altro che fondamentalmente inventano, creano, e creano da un campo di forza comune, che potremmo in qualche maniera, e non senza contraddirci, definire neutro. In questo modo, ciò che viene ad attuarsi non è banalmente una fuga rispetto a una realtà, ma la comprensione che quella realtà sarà sempre in fuga da se stessa, poiché quello spazio non sarà altro ciò che farà scaturire altri spazi, altri luoghi, definiti come campi di forza in cui le forze intrattengono determinati rapporti (le forze possono essere le stesse in due campi differenti, ma questi due campi sono differenti nel momento in cui le forze intrattengono tra loro rapporti diversi, perché arrivano sul campo da un altro campo, dal quale, magari, hanno fatto più fatica ad uscire e pervengono così al secondo campo indebolite, in necessità di rapporti di forza che le dominino per vitalizzarle). Così, si ha il campo di forza sovietico, dal quale fuoriuscirono due forze, i soviet e l'elettricità, e dal quale ora fuoriescono altrettante forze, la voce e l'immagine: il viaggio non si darà mai senza una perdita iniziale, senza uno spaesamento, una sconfitta, una ferita che lo dischiuda e lo muova. Perché? Perché senza di essa il viaggio avrà un telos, un fine, e il punto fondamentalmente è non avere un fine per non aver una fine, cioè muoversi continuamente, produrre immagini che saranno riprodotte dal suono in maniera originale, così come il suono, se non aleatorio ma ancorato all'immagine che evade, ricreerà un'altra immagine, aprirà un'altra ferita. Ferita dell'immagine, dunque. Un'immagine composta di pochi fotogrammi, ma alterati, rallentati, dispersi... ecco perché c'è aderenza tra due tempi tra loro incompossibili. Se banalmente infatti ciò che fu l'URSS deve scaturire da ciò che l'URSS è stata evadendo, però, questa stessa sua essenza, allora vediamo come il processo di composizione di Les soviets plus l'électricité sia il medesimo che anima la vita di paesi come l'Ucraina e la Russia: l'immagine coglie un angelo, la voce parla di una chiesa, ma l'immagine non appartiene al luogo cui si riferisce la voce, né al tempo, e non è per finzione o per analogia che mentre vediamo, nell'immagine, l'angelo, la voce evocherà una chiesa, la cui essenza è quella di essere stata distrutta da Stalin. Distruzione e creazione, memoria e anticipazione - il film di Rey si gioca tutto qui. Esso è propriamente il chilometro zero, che, come tale, non può che aprire al senso, non può che fondare campi di senso allungando le traiettorie delle forze, facendole uscire dai campi in cui si trovano. «Verso la Siberia...», quindi mai propriamente lì ma sempre, indefinitamente, «verso»: telos impossibile, rivoluzione perenne.

4 commenti:

  1. I film che proponi di primo acchito potrebbero essere interessanti ma non trovo le versioni in italiano.

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    1. La maggior parte dei film di cui scriviamo non esistono proprio in italiano; ci sono, però, coi sottotitoli in inglese.

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  2. Capisco:-/
    Puoi darmi qualche titolo in italiano?
    Grazie

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    1. http://emergeredelpossibile.blogspot.it/search/label/Italia

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