I resti di Bisanzio



Un forte disagio sociale porta inevitabilmente - almeno così ci auguriamo noi - a una ribellione, ed è questo che ci mostra I resti di Bisanzio (Italia, 2014, 82'), che, per certi versi, potremmo - anche se molto arditamente - paragonare a Luton: in entrambi i film, ci viene mostrato un fuoco che divampa per distruggere (o dar sfogo a?) un disagio che non è solo personale ma anche e soprattutto sociale, dinamica che nel film di Carlo Michele Schirinzi è comunque ben più complessa; infatti, ne I resti di Bisanzio, vediamo continuamente una situazione che mostra una sconfitta, che è resa ancora più pesante dal ricordo di un passato glorioso - le rovine antiche, per esempio, ci mostrano un'età che, oltre che culturalmente, era anche economicamente fiorente - e dalla difficoltà di vivere nel presente, così che, anche un approccio con una ragazza in discoteca, diventa l'emblema di un tempo in cui nemmeno gli incontri più o meno amorosi possono fluire con gioia e spensieratezza, perché sempre un'ombra - che è l'ombra della sconfitta personale e sociale - oscura e rovina tutto. La depressione del tempo è lampante sia in famiglia, nucleo della società che si trova ad arrancare su se stessa con quel poco che le è rimasto, sia a livello internazionale, con l'immigrato morto in mare, che ci mostra una decadenza che non è solo morale ma intrinsecamente umana: si arriva a giustificare la morte di persone per salvaguardare i confini di uno Stato che, di fatto, non vuole che le razze di mescolino e che, pur perdendo sempre più forza come istituzione, è ancora legato a se stesso. Il film è dunque davvero molto chiaro a riguardo, forse fin troppo, ma ha il suo spunto di svolta nella ribellione: un lutto stravolge e smuove lo scorrere quotidiano che si faceva stagnante, una ragazza, il cui incontro non poteva che avvenire attraverso la videocamera, viene vista finalmente nella sua bellezza e ci restituisce una sorta di speranza. Ma è con la poesia, una poesia dai toni aggressivi e che denuncia la stasi generale, che il gruppo di uomini, attraverso i quali ci veniva mostrato il degrado, prende definitivamente coscienza e afferra la tanica di benzina: il fuoco rende concreta la ribellione che può dunque esprimersi attraverso di esso e con esso lanciare un messaggio: sfasciare tutto (la regola #1 di Canali) perché, anche quello che ci rimane, non ci è più sufficiente, non è qualcosa da cui ripartire bensì l'esempio del nostro fallimento, un fallimento che non dovrebbe dare l'umanità per sconfitta - non almeno quella futura - ma l'umanità attuale sì. Un film sul degrado quindi, ma un film anche sulla spinta a rivoluzionarci: che ne sarà dei resti di Bisanzio non ci interessa, non è la conservazione la soluzione ma distruzione di tutto.

18 commenti:

  1. È un peccato che non si noti la straordinaria frammentarietà da cui siamo costituiti. Siamo costituiti da alterità estremamente precarie: è già tutto bell'e che distrutto. Questa idea secondo cui si debba distruggere qualcosa, ridà sostegno a tutto ciò che distrutto lo è già. Ma, per carità, se ti piace scrivere favolette su ipotetiche narrazioni, fai pure.

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    1. Non vorrei prevaricare Caotide, che ha scritto una bellissima recensione, quindi mi limitò a dirti che ne penso, ché se poi lei vuole aggiungere qlcs ha carta bianca per farlo. La cosa che vorrei dire è molto banale, e cioè: checcazzo c'entra? Seriamente, se hai appena letto Freud e sei felice, sono felice io per te, ma davvero me ne sbatte molto poco se il tuo discorso non indica nessuna immagine del film in questione limitandosi a un aleatorio e opinabilissimo commento su qualcosa che, col film, può centrare come che no; per quanto riguarda la frammentarietà costitutiva, è peraltro evidente che Schirinzi stesso faccia il possibile per disarticolare, formalmente ma non solo, il più possibile il suo film, che comunque resta un unico, ma credo comunque si tratti di un altro tipo di frammentarietà, che sta su un altro piano rispetto a quella cui si arriva mediante la distruzione (un po' come gli insiemi di Russell): la frantumazione, che non si risolve necessariamente o totalmente in frammentarietà, nel finale di Zabriskie Point di Antonioni). Per il resto, le favolette, noi continuiamo a leggerle e scriverle con piacere, non fosse altro perché sono quelle che traumatizzano e destabilizzano l'individuo sin dalla culla.

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    2. Non ho neppure finito di leggerti. Ti confutai riga per riga già una volta e cancellasti per l'imbarazzo. Mi basta. Quindi, se Caotide vuole rispondere bene - perché è a lei che ho scritto - altrimenti pazienza. Non ho intenzione di metterti in imbarazzo un'altra volta, poi ti tocca cancellare etc.

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    3. Mi confutasti? LOL

      Comunque, ripeto, i film, bisogna vederli per poterne parlare. Parlarne senza averli visti è qualcosa che va ben al di là del patetico e dell'imbarazzante: è un togliersi la parola da sé.

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  2. Va be’ nulla, lascia perdere (ho commesso l’idiozia di leggere la risposta del tipo). Non rispondere: bene così, bene così.

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  3. La cosa triste è che te ne sei partito con i deliri del visionario e non hai minimamente capito a cosa mi riferissi.
    Inoltre.
    In realtà - non per andare contro Caotide, che ha peraltro scritto un'ottima rece, ma per sottolineare un semplice dato di fatto - questo è uno di quei film non ancora disponibili.
    Quindi, no, genio: il film non l’ho visto! Mi sarò perso il festival...
    Ah, sì, mi toccò confutarti, eccome! Riuscisti – tra le tante – a confondere trascendentale con trascendente. Ma LOL considerato che cancellasti prontamente il tutto. Quindi, ribadisco: non rispondere: bene così.

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    1. In realtà non ho risposto perché non avevo nulla da aggiungere al primo commento di poor yorick.. Davvero, non c'entra nulla

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    2. Non mi risulta d'aver mai confuso trascendentale con trascendente, ma credo di ricordarmi della discussione: offendesti, a cazzo, Caotide, e cancellai tutto perché, come già ti scrissi, è qualcosa che non tollero. Così come non tollero che si parli di film senza vederli. Punto.

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    3. Mi fa piacere leggere un tuo commento, finalmente! Ciò che ho scritto si riferiva alla tua ultima proposizione, quando hai scritto di distruzione.

      Non è la conservazione la soluzione ma distruzione di tutto.

      (Il costrutto fa un po’ schifo, ma va be’).
      Questa è evidentemente una tua asserzione che (in buona parte) va al di là del film, quindi, non mi si tedi oltre sul fatto che io non abbia visionato questa "perla".
      Effettivamente hai utilizzato il concetto di distruzione anche un’altra volta nel tuo scritto, quindi era possibile che non comprendessi la mia argomentazione (mettiamola così). Almeno (almeno) nelle proposizioni che costituiscono la tua risposta si ritrova il piacere dell’educazione. Sono certo che se poor yorick - come sinceramente sembra sostenere - non avesse voluto prevaricarti, si sarebbe potuto chiudere il discorso molto prima. Ma direi che per quanto riguarda questo mese, mi basta così. Un saluto.

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    4. Era comunque una proposizione riferita a ciò che mostra il film, e il tuo commento, messo lì così, trova il valore che trova considerato il fatto che non hai visto il film :/

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    5. Ti sei dimenticata di dargli del patetico coglione, ma ti amo lo stesso <3

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    6. Insomma, mi state dicendo che pur essendovi messi lì in due- il minutaggio delle vostre risposte lo rende manifesto - (chi è patetico?) non avete capito un cazzo di ciò che ho scritto. Non che nutrissi particolari speranze, considerati i passati smarrimenti del maschietto con annessi svarioni trascendental/immanenti.
      Inoltre, se si volessero diradare i dubbi sul “più niente da dire” da parte dell’ometto, ecco il turpiloquio: l’equivalente dell’essere alla frutta a livello di contrapposizione dialettica. Triste.
      Ciò che invece mi attendevo, lo ammetto, era un po’ più di onestà intellettuale da parte della scrittrice dalla variopinta interpunzione. Ma non fa nulla.
      A questo punto ve lo chiedo spassionatamente. Se doveste avere problemi anche nella comprensione di questa mia risposta, ragazzi: calma! Non c’è bisogno di alterarsi, di sparar cazzate su Zabriskie Point; io sono qua. In giornata vi leggo. Voi chiedete serenamente, sarò ben contento di chiarirvi eventuali incomprensioni. Insomma: vi verrò incontro molto molto volentieri (anche più volte).
      Un bacione cari, e...a prestissimo.

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    7. Non è che non abbiamo capito, è che semplicemente non leggiamo/rispondiamo/prendiamo sul serio chi parla di film che non ha visto : )

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  4. Ahhh! Ma questo non me lo avevi ancora scritto, ora sì che è tutto chiaro!
    Quindi, se te o la fidanzata, in futuro, scriverete in una “recensione” che Kant era un haredim presocratico che si interessava di gematria e qualcuno, leggendo, azzardasse l’ipotesi che questa vostra posizione su Kant fosse errata (ammettendo che il film, cazzo proprio no, non l’ha visto) pioverebbero su di lui consigli di lettura, qualche vaffanculo, un breve sproloquio su Sylvain George e come pietra tombale: il film non l’hai visto e con te non ci parliamo?

    Ma fai davvero? Dopo due giorni di sproloqui ancora non hai capito che non parlavo del film? Dammi una speranza verso l'umanità, scrivimi che alle 14:12 tendi al sarcasmo. Grazie.

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    1. Se non parli del film, ti ripetiamo per l'ennesima volta, che non ti diamo retta. Se in una recensione scrivessi che Kant era un hegeliano, uno potrebbe benissimo darmi del rincoglionito, ma se nel film Kant è effettivamente un hegeliano il discorso filologico non regge, perché parliamo del film, non di filosofia. Non è difficile da capire.

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