The land that forgot time


Manca spazio. Già Jean-luc Nancy se ne lamentava o, meglio, sottolineava il fatto che il mondo sia ormai privo di spazio, ché abbiamo sconfinato ovunque: manca spazio, quindi manca la scoperta, manca la novità, non c'è più arte. Non c'è più arte perché manca spazio. Il cortometraggio di Emma Osbourn, The land that forgot time (Inghilterra, 2012, 18'), sembra partire da qui, ma è solo un'apparenza, perché in realtà già nel proprio porsi, cioè non appena l'immagine che The land that forgot time in ultima istanza è, il film della Osbourn fa breccia su questo muro che costringe lo spazio, liberando lo spazialità e facendola infine proliferare. Come? Con una passeggiata, una passeggiata cosmico-mondana che attraversa Bachelard, de Certeau e O’Brien per trapassare quella landa che ha dimenticato il tempo, ovverosia le Fens inglesi. In questo contesto, la passeggiata, la cui comune condizione di possibilità è lo spazio, sta invece ora prima dello spazio, nel senso che non lo trova né lo inventa ma, appunto, lo fa proliferare; la passeggiata quotidiana, infatti, è ciò che viene fatto quasi meccanicamente, pensando ad altro, ai propri problemi personali o alla destinazione cui si deve arrivare, ed è proprio questa meccanicità a rendere pura la passeggiata, a fare cioè in modo che, passeggiando, si attui un'epoché dello spazio che si attraversa e in tal modo lo si dischiuda, non lo si trovi già dato ma lo si dia, lo si faccia proliferare, passo dopo passo. Ciò che dunque viene effettivamente messo tra parentesi, più che lo spazio, è il tempo: se il tempo è ciò che ci permette di meccanicizzare la passeggiata, se è la reiterazione dello spazio percorso, quindi la sua temporalizzazione, a permetterci di non pensare a esso, a darlo tra virgolette per scontato, una messa tra parentesi del tempo dischiude uno spazio nuovo, originale e puro. È la spazialità. E la spazialità è infinita, perché si dà nell'eterno. Eternità del tempo, infinità dello spazio. Lungi dal porsi, sebbene stilisticamente simile, come lo Stemple pass (USA, 2013, 121') benninghiano, The land that forgot time va oltre l'approfondimento (in senso letterale, di andare sotto, nelle profondità) di ciò che è mostrato per mezzo dell'immagine al fine di recuperare la nozione bachelardiana di retentissement e, con essa, di portare lo spazio finalmente dischiuso oltre lo schermo cinematografico, di modo tale che in esso ci si ritrovi, che in esso si passeggi mentre lo si sta osservando. È un gesto incredibile e autentico, quello così compiuto da Emma Osbourn, la quale, allora, finisce per porre in essere una spazialità pura che sarà propria di ogni spettatore: è lo spazio vissuto di cui parlava Minkowski, e ancora non basta. Certo, è impossibile esperire una spazialità pura. Nel momento in cui la si esperisce, non è più pura. È nostra, diventa il nostro spazio vissuto. Ma questo non significa altro che siamo nell'eternità; se, infatti, la spazialità pura si dischiude nel momento in cui il tempo viene messo tra parentesi, allora la terra deve in un certo senso farsi vergine. Vergine di cosa? Di ciò che le abbiamo fatto, dei percorsi che su essa abbiamo fatto e con i quali l'abbiamo tracciata. Il territorio diventa così un qualcosa di nuovo e neutrale, di una neutralità, però, che perde non appena è tale, poiché in quanto tale non può che ospitarci e noi non possiamo che esperirla, che tracciarla nuovamente. Si tratta, insomma, di una nuova possibilità, di un'altra chance. L'eternità, allora, diviene il nostro tempo, e l'infinito lo spazio che ci è più intimo, che ci è più proprio. Ecco cosa ci sta mostrando la Osbourn: che siamo eterni, che a noi è dato l'infinito.

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