Simulacri #18: Report


Una delle vette della stagione avanguardista statunitense è senza ombra di dubbio rappresentata dal Report (USA, 1967, 13') di Bruce Conner, una delle opere più dense, stratificate e implosive che si potrà mai avere l'opportunità di vedere; Report, infatti, è tutto costruito su un sistema di ripetizioni da cui saltano fuori come degli ingranaggi, è un sistema impazzito di ripetizioni, impazzito per la ripetitività, ed è da questa ripetitività che salta fuori l'ingranaggio, ovverosia quella differenza la cui uscita dal sistema non la priva comunque di quella carica ripetitiva che le era propria e, anzi, la conserva, sì da creare un altro sistema di ripetizioni antitetico rispetto a quello precedente, un sistema che fa saltare in aria quello precedente - e via così, di implosione in esplosione. Non ha torto, a questo riguardo, Alfredo Leonardi a parlare di esperimento pop, salvo però precisare, subito sotto, che si tratta di una distruzione del pop, la quale, comunque, non ha niente a che fare né con la materializzazione wharoliana del pop né con la distruzione antoniana, che sembra piuttosto riprendere il tema dell'olocausto: al contrario, Conner distrugge alla maniera dei bambini, «che anali distruggere i giochi che vengono loro offerti, non per sadismo od odio, ma per averne più intima conoscenza e perché la loro distruzione rappresenta in un certo senso il grado più alto della loro esperienza»*. Così, l'omicidio Kennedy, la cui valenza viene subito svuotata dalla ripetitività che ne fa saltare il senso per connotare l'omicidio di non-senso e traslare così il senso dell'omicidio in un altro sistema, che è quello delle armi (l'arma rivolta al cielo), da amartia diviene tappeto, superficie sulla quale s'iscrive un altro senso, un'altra violenza, che è poi infine la stessa, medesima violenza, fino a che, di esso, non rimane che il suono, l'eco che si sperde di una voce che continua a ripetere l'orrore senza con ciò - ecco il potere della ripetizione - esserne spaventata. La ripetizione assuefà o almeno abitua, ed allora dal sistema delle armi salta fuori una differenza, che è quella della violenza pura: una violenza pura che non solo non fa più spavento per la sua purità, per la inconsistente consistenza che le è propria ma, pure, va ad attualizzarsi in scene d'uso quotidiano: l'esperimento in laboratorio, la vendita dei prodotti, l'omicidio dell'animale. La pallottola distrugge la lampadina, l'omicidio dell'animale diviene una giostra (corrida) e il mercato globale, il neoliberalismo, un mattatoio che vende e compra violenza, tant'è che, infine, non c'è più distinzione tra premere il bottone «VENDI» a Wall Street e premere il bottone «SGANCIA LA BOMBA ATOMICA» in un jet: in ambo i casi, non si ripete che la stessa violenza, una violenza caratterizzata dalla miseria - miseria della violenza che fa sì che quella violenza non sia demoniaca, che quella violenza sia così aleatoria da potersi incarnare frequentemente, così da rinnovarsi e, con ciò, rinnovare il mondo, di cui ormai è un elemento intrinseco ed essenziale. E il punto è: non c'è differenza tra vendere e distruggere, tra la corrida e l'esperimento fatto in laboratorio, tra l'omicidio Kennedy e il patriottismo. Un'unica e medesima violenza permea e costituisce il mondo, e noi dobbiamo reiterarla affinché il mondo continui a girare: dobbiamo distruggerci per vivere, sempre e ininterrottamente. In questo scenario, il cinema sembra per un attimo interrompere il flusso di violenza, ma è solo apparenza: anch'esso, con i suoi mostri (lo scienziato pazzo di un b-movie o, il che è lo stesso, il produttore hollywoodiano), fa parte e reitera quella violenza. Con un'eccezione, però. Che cioè esso possa far saltare i sistemi nel momento stesso in cui se ne appropria (il report non diventa mai un reportage, in Conner: si riporta, si registra la violenza, ma quest'atto, lungi dall'essere descrittivo, è eminentemente performativo), facendo scivolare via la violenza da un sistema all'altro. Il che non è poco, specie se si considera che non è per metafora che si dice che vendere le azioni è sganciare la bomba atomica.


* Alfredo Leonardi, Occhio mio dio. Il new american cinema.

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