Rothkonite

È come se il neoplasticismo di Mondrian si fosse fuso con un Kandinskij. O qualcosa del genere. In effetti, le parole a proposito di Rothkonite (Italia, 2015, 2') possono esserci e sprecarsi oppure non esserci del tutto, e questo per via dell'afasia che in fin dei conti lascia l'ammaliante, incredibile, destabilizzante lavoro di Menegazzo e Pernisa, il quale, in appena due minuti, riesce ad andare oltre la tela-schermo, non, però, squarciandola con un dipinto-film quanto, piuttosto, squarciando il dipinto-film stesso e, con ciò, ritrovandolo innervato di pixel; in buona sostanza, dunque, si tratta di un'afasia di chi ha troppo in bocca o per la testa per poterlo dirlo, e in fondo questo non può che giocare a favore dell'opera dei due italiani, visto e considerato che, se avessero potuto dirlo, non l'avrebbe cinematografato. Meglio, non lo dipingono nemmeno, sicché folle e pretestuoso sarebbe ricercare in Rothkonite una reale impressione pittorica e, piuttosto, più proficuo è subito andare a considerare come il capolavoro-rottame di Menegazzo e Pernisa risulti tale nel momento in cui i due termini, «capolavoro» e «rottame», non possono essere disgiunti; sin dall'inizio, infatti, Rothkonite si configura come un errore, un bug filmico, e la cosa eclatante è che questo errore non viene aggirato o destituito bensì preso di petto dai due registi e ampliato, approfondito, studiato in tutte le sue sfaccettature, le quali dischiuderanno quell'universo astrattistico-intensivo che è Rothkonite stesso: non un procedere, insomma, ma una variazione perenne, un'anabasi nell'errore, in ciò che non solo non può essere espresso (preferiamo dire «espresso» piuttosto che «rappresentato», perché l'arte non ha mai rappresentato nulla, e, come vedremo, il film in questione è una delle più radicali critiche al modello teorico della rappresentazione) ma, in quest'impossibilità di espressione, sta la sua stessa espressione. Certo, Rothkonite non si riduce, banalmente, a un'espressione dell'impossibilità di espressione, anzi esso arriva fin dove la possibilità e, con essa, l'impossibilità è tolta, ovverosia alla natura segnica inerente all'opera d'arte; in questo senso potremmo dire che Rothkonite manca di segno, ma «mancare di segno» non implica altro che soppiantare il binomio significante/significato o, in altri termini, forma/materia, contenuto/espressione. Cosa permane, dunque? In effetti, niente. Sussiste e insiste però qualcosa, e questo qualcosa è l'evento-Rothkonite: l'errore varia, e Rothkonite non è tanto la registrazione di questa variazione ma la variazione stessa dell'errore, il quale, allora, non può più definirsi tale in quanto è ciò che, saturando un sistema totale (il film, appunto), non ammette regolarità né, tantomeno, confronti. Il giusto non è dato, e il territorio dell'errore diventa l'unico possibile: l'errore cessa di essere tale. (Anzi, non lo è mai stato. Ma si sarebbe potuto darlo, almeno come percezione, alla nostra coscienza, abituata a certi regimi di riferimento.) Cessando di essere tale o, il che è lo stesso, rivelando l'inconsistenza di una determinazione valutativa e giudicante qual è quella di errore, Rothkonite prolifera... ma cosa prolifera, in esso? Essenzialmente, nulla. Il cortometraggio, come si diceva, non è fatto di segni (e forse l'impressione d'errore che all'inizio si poteva avere è data proprio dal fatto di essere abituati a ragionare per segni), quindi non pone propriamente né forme né materie, né significanti né significati: pura singolarità, brilla di per sé. E questo brillare di per sé lo toglie al mondo, al luogo: il luogo è della forma, e, privo di forme, Rothkonite non si situa - non ammette luogo e non è esso stesso luogo. Ecco perché, verso il finale, si presenta uno spazio perfettamente simmetrico, perché, annientando la località, Rothkonite non si localizza e, non localizzandosi, si apre, non può fare altro che aprirsi. A cosa? Allo spazio che dunque è. E non è un caso che quello spazio mostri qualcosa che è atto a mostrare, un che di riflettente, come lo schermo cinematografico non di fronte al quale stiamo ma nel quale siamo compresi, è il nostro orizzonte circoscrivente. La variazione porta a questo. Menegazzo e Pernisa fanno come un lavoro al microscopio: approfondiscono, vanno sempre più in profondità. Ma ciò che è sotto la lente non cambia, cambia di esso solamente la nostra percezione. E questa percezione ci porta a considerare che siamo coinvolti in ciò che guardiamo, (in) quello spazio ultimo. Siamo dentro al film, mai esclusi. Perché quel fuori non esiste. (Cinema totale...)

4 commenti:

  1. ..ma nella recensione non viene fatto nessun riferimento a Rothko (grandissimo artista al quale presumo sia stato fatto questo tributo o comunque sia servito ad ispirare almeno in parte questo cortometraggio) ..!
    so che magari non è così indispensabile.. ma sicuramente aiuterebbe coloro che ancora non lo conoscono ad avvicinarsi a questo artista immenso ..

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Hai ragione, e infatti ci abbiamo pensato. Purtroppo, siamo del parere che prendere in considerazione il titolo come spiegazione dell'opera sia un qualcosa di ormai superato e che andava bene prima che la Rosselli scrivesse le sue poesie. Rothko è presente nella recensione ed è presente nella sua spazialità; se non se ne fa il nome è perché, di fatto, non crediamo che il film debba appoggiarsi a qualcosa d'altro da sé. Certo, sussiste, ma, appunto, come vibrazione inconscia, come qualcosa che sta prima: crediamo che il lavoro dei registi non sia quello di ricopiare o esprimere Rothko ma di passarlo al microscopio, e se Rothko c'è egli sta prima, prima del film, tant'è che lo vediamo nel finale (e lo indichiamo pure quando mostriamo, nei fotogrammi, e parliamo, nel finale, della superficie riflettente)...

      Elimina
  2. si,era solo una puntualizzazione infatti, per farlo conoscere ai più sprovveduti,condivido e apprezzo il vostro modo di recensire .
    è possibile vederlo da qualche parte questo video?

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ancora no, purtroppo... Credo dovrà fare un po' di giri di festival prima di essere reso disponibile online, cosa che comunque spero avvenga, vista la grandezza dell'opera.

      Elimina