Nile perch


Se c'è del cinema etnografico, in Nile perch (USA, 2013, 16'), esso è dato e presente nel momento stesso in cui si toglie o, il che è lo stesso, viene tolto - tolto in ciò che si trasforma, si sarebbe tentati di dire, ma forse, così facendo, si pecca per precipitosità e d'ingenuità; il fatto è che non c'è nulla di sostanzialmente etnografico, nel cortometraggio di Josh Gibson o, meglio, c'è, ma esso non è che la superficie di una profondità brontolante, superficie che la macchina da presa squarcia per far proliferare le intensità, per portarle alla superficie e fare in modo che questa superficie - la vena etnografica del cortometraggio, insomma - sia ora un'altra superficie, non diversa ma diversamente lisciata. Il bianco e nero abbacinante, del resto, non può che profondere uno strano senso di misticismo, attorno all'opera dello statunitense, ma è ora un mistico d'altra specie, coniato altrimenti: è più mistico di Wittgenstein che di Eckhart, qualcosa - insomma - che non si può esperire né dire, e non lo si può esperire perché non lo si può dire senza cambiare forma, travalicando quegli intravalicabili limiti del lignaggio oculare dentro i confini dei quali siamo come segregati; e infatti sul bianco e nero dell'immagine si stagliano i riflessi dell'acqua, la cui profondità è tutto ciò che emerge: emerge nella pesca del persico del Nilo, di cui Gibson segue la lavorazione. La segue - beninteso - lateralmente, praticamente di striscio, attraversando prima la pesca e poi la fabbrica e non essendo mai né sulla barca né dentro la fabbrica. Dove sta, dunque? Lo si è accennato, sta sotto, nell'acqua, quell'acqua che emerge ed emerge come profondità, emerge per riscrivere la superficie colla propria iscrizione: il pesce, allora, non è più pesce, ma è ciò intorno al quale si muove un'intera economia di senso che, se da una parte da valore di merce alla persona, dall'altra riconduce la vita all'ente a cui è stata tolta, e cioè al persico del Nilo. È esso, in ultima istanza, a fondare l'immagine. Un'immagine - lo si vede sin da subito - non persa ma annientata in anticipo, l'immagine di un cadavere, quindi di un passato che non è più e che in questo «non è più» trascina il presente, il quale, di converso, lo vitalizza, quel passato, rapportando il nodo temporale non più sulla presenza ma sull'assenza - assenza che fonda la presenza, presenza che diviene presenza di un'assenza, di un non-più.

2 commenti:

  1. OT
    Ma cosa ne è stato di Cinesuggestion?

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    1. Perché lo chiedi a me? Io non c'entro nulla con loro.

      Comunque l'han segnalato e chiuso. Era ora.

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