Mirna



Mirna (Italia, 2009, 75') è un film senza immagine. L'immagine, infatti, è ciò che sta prima e ciò a cui si cerca di giungere, appropinquandocisi asintoticamente, ma non c'è immagine, in Mirna, perché l'immagine è stata sottratta. È stata sottratta al film, innanzitutto. Un film che nasce dopo l'immagine e che, come tale, manca di essa - ed è per questa mancanza che si costituisce. Si costituisce attorno a Mirna, una ragazza argentina che ha perso la sua amante, Monica, quella Monica che se n'è andata e che ora Mirna - apparentemente - cerca. Monica e Mirna, infatti, hanno conosciuto l'amore e in un certo senso sono state l'amore, ma ora quell'amore non c'è più e per certi versi si potrebbe dire che quell'amore sia trascorso e sia stato ad esse sottratto nella misura in cui la loro unione non è più possibile: ora, Monica sta sulle Ande, lontana da Mirna, e l'assetto tramistico del film naturalmente non risolve il film, pur nella sua semplicità. Una semplicità che Corso Salani disorienta, varia, fino a scomporre la spazio-temporalità come se in gioco ci fossero i cinema di Straub-Huillet, per ciò che concerne lo spazio, e di Robbe-Grillet, per ciò che invece concerne il tempo. Ma Corso Salani va più in là, più in là ancora di quanto finora il cinema abbia sopportato, il che, se in un primo momento apparente aderente alla trama, la scomposizione in due assi dello spazio, dall'altra è ciò che la fa emergere, la trama, nel momento stesso in cui la nientifica. Non c'è trama, la trama c'è stata. Così come l'immagine. Era quella notte di sesso, d'amore, che Mirna e Monica hanno vissuto e che ora è trascorsa. Questa notte sta prima del film, ed è in questo senso che diciamo che l'immagine manca, che al film l'immagine è sottratta, perché lo precede, e se Mirna può considerarsi un film lo è nel porsi come film di mancanza: certo, ogni film si definisce per l'immagine che pone, ma il fatto di mancare d'immagine non significa non essere un film, nel momento in cui, appunto, sia il film stesso a mancare. E Mirna manca, ma più manca e più si presenta, più si manifesta. Cosa si manifesta? Senz'altro non Mirna, che pure il film segue e su cui il film si focalizza, quasi s'inchioda. Del resto, se manca d'immagine e se ciò che è sempre inquadrata la figura di Mirna, non può che essere Mirna a mancare. Manca Mirna perché manca Mirna. Cosa c'è, dunque? C'è Monica. Monica che non c'è. Strabiliante esempio di cinema dell'æssenza: Monica c'è nel momento in cui manca, presenta la sua mancanza - assenza della presenza che è immediatamente presenza dell'assenza. E infatti la figura di Monica non c'è mai, c'è la sua voce, ma ne manca l'immagine: è per questo che Salani sceglie di girare l'intero film come se fosse una soggettiva di Monica, perché la trama di Mirna è questa, che cioè è Monica che guarda il fantasma di Mirna e non Mirna che ascolta il fantasma di Monica. Ed è questo guardare a dare la mancanza dell'immagine. Ad un certo punto, Monica, dall'altrove in cui (è), parla della noia di Mirna, e Mirna sbadiglia: se l'immagine manca, l'immagine dev'essere ricostruita, ridata, e tutto il monologo di Monica non può che essere questo tentativo di ri(pro)porre l'immagine. Nel mentre, Mirna vaga, e questo vagare è ciò che essenzialmente offre la mancanza - bal(l)ade come ciò di cui manca un senso, movimento centrifugo in cerca di un senso fino alla sorpresa che è proprio l'assenza di senso il senso, vagare per vagare. L'immagine manca e questa mancanza è il film: un film che manca d'immagine, la mancanza dell'immagine che è il film. In fondo, cosa manca oggi più di sempre se non l'immagine? L'immagine manca, ma manca perché ci è stata sottratta. Non al film, a noi stessi, alle nostre vite. Una Mano invisibile si è stesa e ci ha sottratto l'Immagine. Dobbiamo recuperarla? Non è questo che importa. Il cinema di Salani non pone questo problema. Ma pone la mancanza dell'immagine, una mancanza che è constensiva alla vita che quotidianamente viviamo. Ed è per questo, in ultima istanza, che il suo cinema si pone come d'accanto alla vita, è coestensivo a esso, così coestensivo che spesso è impossibile discernere il cinema dalla vita e la vita dal cinema, quasi e come se i due termini fossero tra loro irriducibili: ogni film di Salani è un documentario e non può non esserlo, pesca dalla vita, vi fruga dentro, ma non vi trova alcuna immagine - e i suoi film sono la restituzione di quest'assenza presente e ormai troppo, davvero troppo pressante.

Nessun commento:

Posta un commento