Lunar phases


Lunar phases (USA, 2013, 10'), l'evocazione. Quindi un'assenza fondamentale e fondante. Un'assenza che sta alla base, su cui s'impernia l'atto di evocare, perché ciò che si evoca, per definizione, manca, e il cortometraggio di Matt Rossoni, lungi dal porre in essere una presenza di qualsiasi genere o tipo, si preoccupa più che altro del vuoto che rende possibile e per certi versi necessaria l'evocazione. Chiamiamo questo vuoto, quest'assenza, Dio. Perché Dio è ciò che manca e che rende possibile l'universo, è ciò la cui assenza rende possibile la presenza cosmica. Potenza demiurgica, Dio dev'essere qui inteso come il polo attivo del vuoto, dell'assenza; esso, infatti, stando a certa teologia negativa, non è e non non-è, poiché sta al di là dell'essere e del non-essere, ma essere e non-essere hanno senso solamente qualora si chiami Dio come quello sfondo su cui l'essere e il non-essere si stagliano. È il luogo propriamente detto, così com'è definito da Nishida. Uno sfondo perpetuamente ritraentesi, vero nulla. Dunque un nulla locativo, e già qui si sarà intuito come ciò che è e non è per essere e non essere deve stare in qualche dove, e cioè in Dio: il Dio di Spinoza o, detto altrimenti, lo schermo cinematografico. È in effetti quest'ultimo a essere il luogo di cui sopra, il nulla ritraentesi sul quale o nel quale le cose non è nemmeno vero che esistano ma insistono e sussistono, poiché, in ultima istanza, è solamente lo schermo cinematografico a essere in senso proprio, e cioè nella sua più consistente inconsistenza, nella più concreta assenza. E Matt Rossoni - si diceva - parte veramente da qui, dallo schermo, sul quale l'essere della luna e il non-essere del buio si trapassano vicendevolmente. Si tratta, allora, di creare una prestazione spaziale, ma di uno spazio che, per quanto determinato, sfugge alle determinazioni e fugge all'univocità di un pensiero spaziale univoco: è - si potrebbe dire - il primo grado di spazialità, quella ancora più virtuale, paradigma di tutti gli altri spazi; in questo senso, il suono, che Matt Rossoni sembra utilizzare come un tappeto su cui far proliferare la luce e il buio, la notte e la luna, è invero il primo spazio, quasi fosse un residuale di quel nulla che è lo schermo cinematografico, del vuoto che è il proiettore, il primo a staccarsi e a insistere e sussistere sullo schermo cinematografico. E come potrebbe essere altrimenti? Il suono non appartiene all'immagine, ed è questa non appartenenza a porlo ogni volta come costitutivo dell'immagine stessa: il suono deve sempre venire prima dell'immagine, altrimenti è un suono ingannatore, ricorsivo, posticcio. Ora, invece, esso viene prima, è già spazio, ed è come se fosse lo spazio dell'immagine, cioè al contempo lo spazio che contorna l'immagine e lo spazio che è proprio dell'immagine. Che immagine? Lo si è detto, l'immagine di un'evocazione. Perché la luce della luna viene continuamente non dissipata ma trapassata dall'oscurità notturna, in un perenne gioco di assenza/presenza che in ultima istanza ci accorgiamo evocare non più la luna, l'essere o il non-essere, ma il nulla da cui e in cui tutto ciò si manifesta - schermo cinematografico o Dio.

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