Gradual speed


E comunque bisogna accecarsi. C'è una luce talmente forte, così forte da inscriversi sulla pellicola e sprigionare le virtualità più pure dell'evento: l'evento che Gradual speed (Belgio, 2013, 52') è. Dopo, però. Gradual speed è l'evento che succede l'evento, quindi, in un certo senso, l'altro evento o l'evento dell'altro. «Come se un cieco fissasse il sole con gli occhi aperti e divenisse così, a sua volta, luce accecante»*. Accecarsi, dunque, per sprofondare nella luce, per fare della propria visione non soltanto una visione di pura luce ma luce essa stessa, confondere i termini, visione di luce e luce della visione - visione che è luce e luce che è visione. Così si muove la belga Els van Riel, ma, appunto, si muove così mediante un movimento successivo, che si potrebbe definirlo il passo del dopo nel vuoto: c'è sempre una luce troppo forte che s'iscrive sulla pellicola, sia che sia la luce che abbacina il manto di un cavallo o increspa una superficie lacustre, e il fatto è che questa luce precede il cavallo e l'acqua e, precedendoli, li dà nella loro interezza, che è appunto quella di aprirsi come ferita da cui sgorga il flusso delle percezioni, delle singole cose viste. È, lo sguardo della von Riel, uno sguardo cieco, cioè lo sguardo della luce: è la luce che guarda a ciò che essa compone, l'evento della luce (il film per sé) che guarda all'avvento della luce (il film in sé) da cui è dato, e quest'evento che guarda all'avvento non può che essere il film in sé e per sé. Già in Unwritten page (Belgio, 2002, 11') si trattava non di una semplice dissolvenza dal bianco bensì di far emergere dalla luce ciò che era costitutivamente luce, ma allora la luce si disfava una volta per tutte, mentre qui la luce continua a farsi e a disfarsi, e con ciò a mostrare altre intensità, altri rapporti di forze, non più solo un paesaggio sfocato ma sia il paesaggio sfocato che l'acqua che il cavallo che il fuoco che la neve gelata; forse, per certi versi, questo Gradual speed è più vicino a Landscapes of absence (Belgio, ?, 31'), ma è ciò non è del tutto vero, perché in quest'ultimo la luce, che si protrae e si ritrae, non è altro che una variazione e, variando, vela e disvela, svela velando e disvela velando, mentre in Gradual speed non si tratta più esclusivamente di una variazione, di una modificazione d'intensità bensì di qualcosa di più consistente: il bianco totale, sprofondante, non è che si ritragga, anzi rimane lì, ma quel bianco c'ha accecati, e noi, lungi dall'esserci mitridatizzati a esso, vediamo in esso ciò che è già presente in quel bianco per il solo fatto che siamo divenuti luce, che i nostri occhi si sono composti fotonicamente, hanno assunto la consistenza del bianco, che, dunque, non è che si dissolva ma, piuttosto, ci fa dissolvere e ci fa dissolvere in esso, ed è questa dissoluzione, questo sprofondamento nella luce, che ci permette di visitarla, quella luce, e di visitarla il più approfonditamente possibile, cioè abbastanza approfonditamente da abitarla e attraversare, di essa, ogni singola piega, la quale altro non è se non il nero che la compone, il buio che la dà e col quale la luce gioca, il quale la luce trapassa, dando così sfogo alle forme (cavallo, acqua, fuoco, neve gelata e via dicendo). Ed è questa la bellezza del mediometraggio della regista belga, nel fatto cioè di scoprire la coesistenza e la coestensività di luce e di tenebre, situandosi così al di là di ogni espressionismo (il buio di un Murnau) e di ogni astrazione lirica (la luce di uno Sternberg) per abitare quello spazio che è l'apertura della ferita: in esso, le intensità proliferano, e luce e buio si trapassano, sono la stessa cosa estensivamente ma intensivamente danno luogo a delle pieghe ora invisibili ora visibili, visibili all'occhio accecato, addolorato dello stesso dolore che ha aperto la ferita.


* Georges Bataille, L'amicizia.

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